La “buona scuola” per le masse. L’istruzione della Ue ai tempi del ritorno del capitalismo sfrenato, globalista e deflazionista

 

(Luca Frontini)

È sotto gli occhi di tutti che, da un venticinquennio a questa parte, i governi italiani della cosiddetta “Seconda Repubblica”, senza distinzioni sostanziali tra “centrosinistra”, “centrodestra” e “governi tecnici”, stiano falcidiando la scuola pubblica con continui tagli di risorse e con pessime “riforme” [per una sintetica, ma istruttiva, narrazione e interpretazione storica del tema si veda: Piersantelli (2016)].

Senza negare le pesanti responsabilità oggettive delle politiche messe in atto dai governanti italiani nel processo di snaturamento e di involuzione del nostro sistema di istruzione e formazione, ostinarsi a non vedere l’origine sovranazionale di questo processo è sintomo di cecità analitica, tanto più grave in coloro che, come gli insegnanti, in teoria dovrebbero avere uno sguardo attento e critico sulla realtà.

Per comprendere adeguatamente l’origine, l’evoluzione e gli esiti del venticinquennio “controriformista” [Mattei (2013)] nel settore scolastico, sarà opportuno andarsi a leggere i documenti su istruzione e formazione di quell’Unione europea spesso e volentieri presentata, dall’informazione veicolata dai mezzi di comunicazione di massa, quale salvifica fonte di moderne e “buone” pratiche da prendere a modello per emendare le nostre “ataviche arretratezze” italiche.

Ultimo in ordine di tempo di una serie di testi concettualmente affini e con minime variazioni lessicali, succedutisi con certosina insistenza dagli anni ottanta del secolo scorso [si vedano i documenti della Commissione europea riprodotti in: de Sélys & Hirtt (2003)], è quello intitolato Note sintetiche sull’Unione europea. Istruzione e formazione professionale di Michaela Franke. L’autrice è tedesca, chi l’avrebbe mai detto, eh? Ma in un’Unione talmente integrata e affratellata, sarebbe davvero ingeneroso (Franti, tu uccidi l’Europa!!) sottolineare l’esistenza di una “lieve” egemonia delle oligarchie ordoliberali teutoniche… [si veda: Bagnai (2016)].

Il testo della Franke, pubblicato sul sito del parlamento europeo nel febbraio 2016 [http://www.europarl.europa.eu/atyourservice/it/displayFtu.html?ftuId=FTU_5.13.3.html] ha la qualità di sintetizzare l’impostazione attualmente dominante nelle politiche scolastiche dell’Unione. Già nell’incipit si evidenzia che:

 

In base al principio di sussidiarietà, le politiche in materia di istruzione e formazione in quanto tali sono stabilite da ciascuno Stato membro dell’Unione europea. L’UE svolge pertanto un ruolo di supporto. Tuttavia, alcune sfide sono comuni a tutti gli Stati membri — l’invecchiamento della popolazione, le carenze di competenze della forza lavoro e la concorrenza globale — e necessitano pertanto di risposte comuni da parte degli Stati membri, i quali sono chiamati cooperare e apprendere dalle esperienze reciproche.

 

Tradotto dal “sublime” burocratese eurocratico, il testo dovrebbe avere, più o meno, questo significato: l’Unione europea, non essendo un moderno Stato nazionale, ma una ibrida entità sovranazionale e post-moderna, non chiaramente definibile, né in una logica di senso comune, né tantomeno in una di buon senso (qualcuno, di grazia, sa dare una definizione minimamente comprensibile al volgo di «principio di sussidiarietà»?), lascia la responsabilità legislativa delle politiche educative ai singoli Stati, ma detta il frame concettuale entro cui queste politiche dovranno muoversi (il «ruolo di supporto»…) per rispondere in maniera comune (ma come potrebbero un tedesco e un greco, ad esempio, rispondere allo stesso modo, se non parlano neanche la stessa lingua?) alle «sfide» imposte dalla globalizzazione. Per vincere la «concorrenza globale» gli Stati aderenti all’Unione dovrebbero, quindi, affrontare in maniera comune i problemi legati all’invecchiamento della popolazione (il nesso di questo problema con le politiche scolastiche risulta tuttavia un po’ vago…) e alle «carenze di competenze della forza lavoro».

La gentile autrice continua il suo formidabile pezzo informando la popolazione sugli «obiettivi a lungo termine dell’UE in materia di istruzione e formazione»:

 

  • fare in modo che l’apprendimento permanente e la mobilità divengano una realtà;
  • migliorare la qualità e l’efficacia dell’istruzione e della formazione;
  • promuovere l’equità, la coesione sociale e la cittadinanza attiva;
  • incoraggiare la creatività e l’innovazione, compresa l’imprenditorialità, a tutti i livelli di istruzione e formazione.

 

In un successivo paragrafo sulle priorità «in ambito di istruzione e formazione», la prosa particolarmente accattivante dell’eurocrate ci rende edotti dei sei ambiti prioritari delle politiche Ue:

 

  • capacità e competenze significative e di alta qualità, con particolare attenzione ai risultati dell’apprendimento per l’occupabilità, l’innovazione e la cittadinanza attiva;
  • istruzione inclusiva, uguaglianza, non discriminazione e promozione delle competenze civiche;
  • istruzione e formazione aperte e innovative, anche attraverso una piena adesione all’era digitale;
  • forte sostegno al personale del settore dell’istruzione;
  • trasparenza e riconoscimento di competenze e qualifiche per facilitare la mobilità di studenti e lavoratori;
  • investimenti sostenibili, prestazioni ed efficienza dei sistemi di istruzione e formazione;

I progressi sono monitorati e valutati mediante indicatori e in base a una serie di parametri di riferimento per contribuire a un’elaborazione delle politiche fondata su dati di fatto e per identificare le sfide, etc.

 

Questo testo è un succoso esempio della neolingua (notevole il neologismo «occupabilità», ovviamente modellato sull’inglese employability) dominante da qualche tempo, non solo nei palazzi del potere di Bruxelles, ma purtroppo anche in quelli di Roma. Nel testo citato solo i più distratti non avranno potuto sentire l’eco della prosa della legge 107/2015 [per la cui analisi si rinvia a: Piersantelli (2015)], ossia la “buona scuola” varata dal governo del “partito democratico” del “giovane e moderno” premier Renzi e della (diversamente giovane?) ministro Giannini (ex dirigente della montiana “Scelta civica”, che tanto consenso ricevette alle ultime elezioni politiche… oppure ricordo male?).

Dulcis in fundo, il testo della Franke si chiude con una nota esplicativa di incommensurabile valore euristico, che spero vogliate tutti apprezzare:

 

Secondo gli imprenditori, i sistemi europei di istruzione e formazione continuano a essere carenti in quanto non forniscono le giuste competenze a fini di occupabilità e non collaborano adeguatamente con le imprese e i datori di lavoro per avvicinare il percorso di apprendimento alla realtà del mondo del lavoro.

 

Ma con questo “fiore” di Europa, perché ci ostiniamo a voler mantenere quel poco di sovranità nazionale che ci è rimasta?

 

Bibliografia

Bagnai (2016):

Alberto Bagnai, La mappa asimmetrica del potere europeo, in «asimmetrie.org», 7 febbraio 2016 [http://www.asimmetrie.org/opinions/la-mappa-asimmetrica-del-potere-europeo/].

de Sélys & Hirtt (2003):

Gérard de Sélys & Nico Hirtt, Tableau noir. Résister à la privatisation de l’enseignement, Nouvelle éd. actualisé, EPO, Bruxelles 2003.

Mattei (2013)

Ugo Mattei, Contro riforme, Einaudi, Torino 2013.

Piersantelli (2015):

Sara Piersantelli, Costituzione italiana e convenzioni internazionali a confronto con la Legge 107/2015 (Buona scuola), «Storia delle Marche in età contemporanea», n. 7 (dicembre 2015), pp. 89-97.

Piersantelli (2016):

Sara Piersantelli, «Conoscere (e conoscersi) per deliberare» non è (più) un principio liberale? “Riforme” e “tagli lineari” alla Scuola pubblica durante il venticinquennio neoliberale (1990-2015), in L. Frontini, Moneta e Impero. Benessere, sovranità, democrazia: come e perché li stiamo perdendo, premessa di M. Severini, prefazione di M. Carletti, postfazione di S. Piersantelli, Zefiro, Fermo 2016, pp. 77-86.

 

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