La bussola smarrita. Didattica, scuola, vita: il raccordo mancato

(Silvia Serini)

Per decenni il grido di battaglia sulla base del quale si è cercato di fare piazza pulita di una certa idea di scuola, archiviata – e non sempre a torto – come nozionistica, passata, vecchia nelle forme e nelle prassi didattiche, poteva essere sintetizzato nella formula “la scuola deve preparare alla vita”. Fu così che il sistema scolastico italiano, con limiti e lentezze ma anche con una certa sistematicità, provò ad adeguarsi alle nuove direttive, nel frattempo tradottesi in indicazioni ministeriali rigorose e dettagliate.

A distanza di anni, si può certamente asserire che, dal punto di vista metodologico e didattico, alcuni miglioramenti, complici anche l’introduzione di nuovi strumenti tecnologici e una maggiore attenzione all’aspetto formativo dell’attività di docenza, siano stati introdotti. Nondimeno, a detta di chi scrive, è sul raggiungimento del traguardo finale, il famoso raccordo scuola-vita, che qualcosa non ha funzionato. Infatti, sia che si guardi al livello di preparazione dei nostri ragazzi una volta usciti dal percorso di istruzione sia che si osservi la situazione dall’interno, vale a dire dalla prospettiva del docente, è indubbio che, nonostante proclami più o meno trionfalistici e attività ad hoc, il gap resti. Anzi, sotto molti punti di vista, cresce.

E aumenta perché la scuola da ormai troppo tempo a questa parte, in nome di un malinteso buonismo, di un adeguamento di comodo a modelli pedagogici da importazione, di un’ansia di standardizzazione e di omologazione a sistemi educativo-formativi la cui eccellenza è tutta da dimostrare, ha abdicato a uno dei suoi compiti. Essa ha finito per accettare supinamente di fare ciò che la vita, a cui vorrebbe avvicinarsi, non fa: ovvero, gli sconti. Sconti che potremmo chiamare anche voti falsati, bocciature miracolosamente scampate e/o promozioni regalate. Ora, al di là delle diverse opinioni che si possono legittimamente avere in materia, resta una domanda: che idea della vita potranno mai maturare questi studenti “formati” da una tale prassi? La risposta sembrerebbe scontata. Crederanno che sarà lecito aspettarsi il conseguimento di certi risultati anche laddove non ci si è sufficientemente impegnati per ottenerli. E ogni adulto sa che non è così. Esiste, tuttavia, anche un’altra possibile chiave di lettura, di segno opposto. Poiché viviamo in una società che di fatto calpesta i diritti di uguaglianza e meritocrazia che pure formalmente riconosce, è giusto sin dalla scuola abituarli al mondo che troveranno al di fuori delle mura scolastiche. Il raccordo scuola-vita, in questo caso, sembrerebbe non solo stabile ma anche perfettamente consequenziale. Peccato però che questo corrisponda a un vero e proprio tracollo educativo i cui esiti, nel breve ma ancor più nel lungo periodo, risultano deleteri sotto molteplici piani. A partire proprio dalla costruzione di quel delicato tessuto di cittadinanza che si pretende la scuola attesti attraverso la certificazione delle relative competenze! Con il risultato ultimo che il nesso scuola-vita, apparentemente salvaguardato, in realtà si sfalda rivelandosi improduttivo e illusorio. Insomma, un traguardo molto, molto lontano che rivela tutto lo scarto, ancora enorme, tra le due realtà.

Eppure, di fronte a un panorama così poco incoraggiante, un barlume di speranza c’è. A fornirci la dimostrazione più autentica del vincolo profondo e circolare che sussiste tra scuola e vita può essere, talvolta, persino la cronaca. È di pochi giorni fa la notizia che ha per protagonista il signor Antonio Pugliese il quale, alla veneranda età di 81 anni, ha deciso di sostenere l’esame per il conseguimento della licenza di terza media[1]. Una storia bellissima che non va confinata nel limbo dell’eccezionalità ma, al contrario, condivisa affinché possa fertilizzare con successo il difficile sentiero dell’istruzione.

[1] http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Antonio-Esami-Terza-media-8539e0dc-245a-44ec-adee-c296afbb9f9a.html

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