Brexit e la scuola dell’ignoranza, ovvero: fanno il deserto e lo chiamano meritocrazia.

(di Luca Frontini)

Il 23 giugno scorso si è tenuto il referendum consultivo, voluto dal governo conservatore in carica, per stabilire se il popolo del Regno Unito avesse intenzione di rimanere (Remain) o di lasciare (Leave) l’Unione Europea. I cittadini britannici sono affluiti in massa alle urne (ha votato il 72,21% degli aventi diritto, mentre alle elezioni europee del 2014 in Gran Bretagna l’affluenza era stata del 34,19%) e con una maggioranza del 51,89% hanno scelto l’uscita, ossia la Brexit.

Avuto contezza dell’esito del suffragio, il premier Cameron (promotore del referendum, ma personalmente favorevole al Remain) ha annunciato le proprie dimissioni dalla guida del governo e del partito conservatore. A ottobre Cameron lascerà al proprio successore il compito di iniziare la procedura di recesso dall’Unione, prevista dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona, il cui comma 1 stabilisce che:

Any Member State may decide to withdraw from the Union in accordance with its own constitutional requirements.

Qualche giorno prima del 23 giugno, l’inviato del «Corriere della Sera» Federico Fubini ha realizzato un reportage [http://www.corriere.it/esteri/16_giugno_22/brexit-viaggio-due-scuole-ricchi-il-remain-poveri-il-leave-3048b7d8-38b8-11e6-af01-13e8abfd5afa.shtml] decisamente interessante, sondando l’opinione sulla Brexit dei genitori degli alunni «di due scuole divise da 18 fermate del metrò di Londra e da un abisso sociale: la Portway Primary School di Newham, il terzo quartiere più povero della città, e la Eaton House Belgravia a Kensington and Chelsea, dove il prezzo medio di un appartamento è di 1,2 milioni di sterline (1,5 milioni di euro)».

Dal reportage emerge che i genitori dei ragazzi che frequentano la scuola del quartiere popolare («dove iscriversi è gratis ma la violazione delle regole viene sistematicamente tollerata. La legge britannica prescrive che nessuna classe abbia più di trenta allievi ma […] rispettare la legge è impossibile. Lo sforzo per accogliere i figli degli immigrati è già troppo. […]  Le scuole hanno classi di quaranta bambini») sono in maggioranza favorevoli al Leave:

Harvey ha 67 anni, vede davanti a sé una pensione da 900 sterline al mese che non copre il costo di un bilocale in affitto neanche in questo quartiere, e sa che tra qualche ora gli metteranno in mano una scheda elettorale. È la sua occasione di mandare a dire che tutto va a rotoli. Del resto nell’ultima ispezione Portway è stata bollata come una scuola «inadeguata», non solo perché quasi due terzi degli scolari non parla inglese come lingua madre. I progressi in matematica sono inesistenti. Portare qui un bambino significa rendergli difficile il passaggio alle medie, duro quello alle superiori, quasi impossibile l’università. Ma chi abita a Newham non ha scelta. Le private costano, e per entrare nelle buone scuole pubbliche bisogna abitare nelle loro vicinanze: quartieri dove già solo un monolocale è carissimo. «So già come voterò: andiamocene — dice Sarah, una madre di 32 anni —. Siamo nella Ue dal ’73 e guarda come va male». Un’altra madre, S. A., coperta da un velo nero, nata ad Abu Dhabi ma cittadina britannica, concorda solo in parte: «Gli immigrati dell’Europa dell’Est con me sono razzisti — ammette —. Sputano in terra anche davanti a scuola e diffondono la tubercolosi. Ma uscire non sarebbe un salto nel buio?»

Nella scuola del quartiere agiato («La retta costa 4890 sterline per ciascuno dei tre trimestri, [cioè] oltre 6300 euro, più ottanta per l’iscrizione, 960 per il bus scolastico tutto l’anno e cento per ogni ritardo di pagamento. I freddi dati dicono che da anni questa è una delle scuole più efficaci nel preparare i bambini fra i 4 e gli 8 anni al successo negli esami d’ammissione ai migliori istituti del livello superiore e quindi a un ottimo liceo, a un’università dal nome risonante e a un posto di lavoro altrettanto pregevole») invece, i genitori sono orientati al Remain:

Un papà di nome Tristan Cook, 50 anni, è stato allievo di questa scuola da bambino, oggi ci porta suo figlio e si dichiara per il Remain – dice – perché i britannici sono diventati «schizzinosi». «Se non ci fossero gli immigrati dall’Europa dell’Est, non si troverebbe nessuno per pulire le strade». Una giovane madre bionda di nome Renée Miller, una fine collana di diamanti sulla tshirt, ammette di esser incerta. Non accetta l’idea che la Corte europea possa imporre le sue decisioni sui tribunali britannici. Ma constatata: «I mercati finanziari sono saliti nei giorni in cui il Remain era in vantaggio».

Le analisi successive al voto [http://contropiano.org/news/internazionale-news/2016/06/24/referendum-britannico-un-tentativo-analisi-del-voto-080846] confermano una netta spaccatura nella società britannica: in Inghilterra una maggioranza di suffragi a favore del Remain è stata ottenuta quasi solamente in quei quartieri di Londra dove risiede l’upper class, le oligarchie cosmopolite con cospicui interessi nelle attività finanziarie della City, e nel loro indotto.

Come ha scritto sul «Guardian» [https://www.theguardian.com/commentisfree/2016/jun/24/eu-referendum-working-class-revolt-grieve] Owen Jones (giovane opinionista della sinistra Labour, schierato per il Remain dopo un iniziale euroscetticismo), i suffragi della working class sono stati decisivi per l’affermazione del Leave:

Il più drammatico evento nella storia recente del Regno Unito assume i contorni, tra le altre cose, di una rivolta della working class. Certo, non la rivolta che molti di noi avrebbero sognato. Ma è innegabile che questo risultato sia stato raggiunto con il contributo decisivo dei votanti di una classe lavoratrice furiosa ed alienata. La Gran Bretagna è una nazione profondamente divisa. Molte delle comunità che hanno votato in maniera più decisa per la fuoriuscita sono le stesse comunità che hanno sofferto le più intense mortificazioni ad opera di molti governi succedutisi negli ultimi decenni. La propaganda governativa è stata tutta incentrata sulla paura e sulle minacce di una nuova recessione. Ma queste comunità hanno vissuto, per intere generazioni, condizioni di crisi ed insicurezza economica. A poco servono le minacce, se si sente che non si ha nulla da perdere. Al contrario, queste minacce potrebbero aver reso le convinzioni di molte persone ancora più profonde. Ad un primo ministro conservatore, spalleggiato dalle grandi multinazionali, e dal presidente degli USA, le classi popolari hanno risposto con il più grande ‘fanculo’ della storia moderna britannica.

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...