Competenza! Ovvero, si salvi chi può!

(di Silvia Serini)

Uno spettro si aggira per le aule scolastiche italiane: lo spettro della competenza! Tutti i docenti di ogni ordine e grado, volenti o nolenti, si profondono ogni anno nello sforzo supremo di attivarle nei loro discenti così da poterle poi certificare al termine del percorso di studi. Ma procediamo con ordine. Dove nasce il concetto di competenza?

In principio furono le conoscenze, ovvero «il risultato dell’assimilazione di informazioni (fatti, principi, teorie e pratiche, relative ad un ambito disciplinare) attraverso l’apprendimento». Poi venne l’abilità, vale a dire «la capacità di applicare le conoscenze per portare a termine compiti e risolvere problemi; esse sono descritte come cognitive (uso del pensiero logico, intuitivo e creativo) e pratiche (che implicano l’abilità manuale e l’uso di metodi, materiali, strumenti)». Dulcis in fundo giunse la tanto agognata competenza, cioè «la comprovata capacità di usare in un determinato contesto conoscenze, abilità e capacità personali, sociali e/o metodologiche, in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e/o personale; il complesso delle competenze dà la padronanza in termini di autonomia e responsabilità»[1].

Dunque, la competenza si definisce come risultato quantitativamente diverso e qualitativamente superiore rispetto sia alle conoscenze che alle abilità. Nella pratica però ciò si è tradotto in una martellante campagna, condotta a suon di corsi di formazione e simili, rivolta soprattutto al personale docente, e mirante a screditare l’idea di una scuola che funga da luogo ideale per la trasmissione, critica e consapevole, di contenuti graduati e diversificati in nome dell’acquisizione di una competenza che rimaneva abbastanza indefinita nei suoi contorni e nel suo accertamento (nonostante la tanto sbandierata oggettività della valutazione). Invalsa è divenuta la credenza per cui, nella società in cui viviamo, il sapere senza attributi sia di certo una cosa bella ma inutile perché non produttiva, non quantificabile in termini monetari ed economici. Invece la competenza sì che sarebbe spendibile perché, avendo una contiguità maggiore con la dimensione del fare, assicurerebbe già di suo quel salto di qualità, pratico, che invece resta precluso al sapere classicamente inteso. Tesi affascinante e quasi convincente se non fosse che nasconde un equivoco di fondo. Perché pensare di liquidare con questa fretta, e anche con una certa arroganza, un’impostazione di certo perfettibile ma comunque solida, a favore della sola competenza, ha prodotto un abbassamento del livello di preparazione complessiva degli studenti che, comunque lo si voglia vedere, non mi sembra un risultato di cui andare fieri. Bombardati dall’«idea che finora l’umanità si sia limitata ad apprendere a memoria le idee degli altri e che soltanto ora si sia appreso ad avere “idee proprie”», abbiamo finito per credere che «la conoscenza sia qualcosa cui si accede sull’istante e di cui ci si impossessa come una notizia»; un’autentica «sciocchezza sesquipedale»[2] come precisa Giorgio Israel.

In sostanza, non si tratta di demonizzare il concetto di competenza in sé che può e deve essere considerato uno dei traguardi i quali, adeguatamente calibrati, possono essere raggiunti dagli studenti al termine di ciascun ciclo di istruzione. L’importante è ricordarsi che il concetto di competenza non è sostitutivo di quello di conoscenza, di cui, semmai, può costituire uno sviluppo e una forma di implementazione. Scrive acutamente Salvatore Settis: «La tendenza che si sta affermando nei sistemi educativi un po’ in tutto il mondo, ma in particolare in Italia, è educare a “competenze” piuttosto che a “conoscenze”»[3]. Anche perché, è bene ribadire, che la competenza non si attiva senza conoscenza di base. La scuola del futuro, se orientata al solo sviluppo delle competenze, sarà intrinsecamente votata al fallimento pur autorappresentandosi come alternativa “moderna” a quella del passato, incentrata sul modello “sterile” dei soli (si fa per dire) contenuti, perché correrà il serio rischio di certificare un saper fare intrinsecamente fragile, preludio a un drammatico analfabetismo di ritorno[4]. E il danno non sarà solo interno, ma sociale, in quanto generalizzato. Un rischio, reale, che non possiamo permetterci di correre.


[1] Le definizioni riportate fanno riferimento a quanto contenuto nelle Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione (D.M. 16 novembre 2012) nelle Indicazione nazionali per i licei (D. Interministeriale 211/2010), nelle Linee guida per gli istituti tecnici (D.M. 57/2010), Linee guida per gli istituti professionali (D.P.R. 87/ 2010), a loro volta ricettive della Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio del 23 aprile 2008 sulla costituzione del Quadro europeo delle qualifiche per l’apprendimento permanente.

[2] http://www.gliscritti.it/blog/entry/1174

[3] http://www.linkiesta.it/it/article/2016/02/07/salvatore-settis-la-buona-scuola-non-e-buona-e-le-competenze-non-servo/29179/

[4] http://www.mondodigitale.org/blog/2014/05/29/analfabetismo-di-ritorno-tullio-de-mauro-spiega-la-regola-del-meno-cinque/

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