Prima dell’obbligo: evoluzione (e involuzione) normativa della scuola per l’infanzia

di Luca Frontini

In Italia la scuola statale per l’infanzia venne istituita e normata dai 38 articoli della Legge 18 marzo 1968, n. 444, sull’Ordinamento della scuola materna statale[1]:

Detta scuola si propone fini di educazione, di sviluppo della personalità infantile, di assistenza e di preparazione alla frequenza della scuola dell’obbligo, integrando l’opera della famiglia.

L’iscrizione è facoltativa; la frequenza gratuita. [L. 444/1968, art. 1, cc. II e III]

Il legislatore repubblicano (governo di centrosinistra) predispose una normativa di capillare intervento riformista dello Stato democratico in un settore (l’educazione prescolastica dei bimbi da 3 a 5 anni) lasciato precedentemente alla volenterosa, ma spesso lacunosa e sperequata, iniziativa di privati, enti territoriali, istituzioni ecclesiastiche o assistenziali. In precedenza, il finanziamento dei froebeliani “Giardini d’infanzia”, delle montessoriane “Case dei bambini”, delle “Scuole materne” delle sorelle Agazzi, per citare solo gli esempi pedagogicamente più illustri, subiva la pressante alea delle dinamiche economiche del contesto sociale e territoriale di riferimento; alea che, nel divergente tessuto economico italiano, solo uno Stato programmatore e interventista poteva tendere a superare in senso progressivo di eguaglianza sostanziale.

Il Decreto Ministeriale 3 giugno 1991 (Orientamenti dell’attività educativa nelle scuole materne statali)[2] introdusse importanti novità di orientamento concettuale, pedagogico, didattico e normativo, oltre al passaggio di denominazione da scuola materna a scuola dell’infanzia:

L’ulteriore sviluppo di questa scuola si profila, pertanto, come generalizzazione di un servizio educativo di elevata qualità, impegnato a diffondersi senza squilibri e disuguaglianze sul territorio nazionale, espressione di una progettualità politica e pedagogica consapevole delle sfide provenienti dalle nuove dinamiche della cultura e della società e in grado di tradurre nei fatti la convinzione che l’infanzia rappresenta una fase ineludibilmente preziosa dell’educazione dell’uomo e del cittadino.

I termini “scuola materna” e “scuola dell’infanzia” sono usati nel testo indifferentemente, come pure, talvolta, scuola del bambino. La denominazione scuola dell’infanzia è però ritenuta più rispondente alla evoluzione che caratterizza l’istituzione allo stato attuale. [DM 3/6/1991, Premessa]

All’inizio del nuovo millennio anche la scuola statale dell’infanzia venne, purtroppo, investita da quel processo normativo di orientamento essenzialmente controriformista, culminato nel DPR 20 marzo 2009, n. 89 (Revisione dell’assetto ordinamentale, organizzativo e didattico della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione)[3], iniziato già negli anni novanta per le scuole di altro ordine e grado[4].

Nell’attuale decennio è stato emanato il Regolamento recante indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione (DM 16 novembre 2012, n. 254)[5] del ministro Profumo (governo Monti) che, pur facendo ancora riferimento agli Orientamenti del 1991, recepisce una normativa sovranazionale, in particolare la Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione europea del 18 dicembre 2006 (Competenze chiave per l’apprendimento permanente)[6].

Venendo alla stretta attualità, il comma 181e dell’unico articolo della Legge 13 luglio 2015, n. 107, prevede l’istituzione di un:

sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino a sei anni, costituito dai servizi educativi per l’infanzia e dalle scuole dell’infanzia, al fine di garantire ai bambini e alle bambine pari opportunità di  educazione, istruzione, cura, relazione e  gioco, superando disuguaglianze  e barriere territoriali, economiche, etniche e culturali, nonché ai fini della conciliazione tra tempi di vita, di cura e di lavoro dei genitori, della promozione della qualità dell’offerta educativa e della continuità tra i vari servizi educativi e scolastici e la partecipazione delle famiglie […] l’istituzione di una quota capitaria per il raggiungimento dei livelli essenziali, prevedendo il cofinanziamento  dei costi di gestione, da parte dello Stato con trasferimenti diretti o con la gestione diretta delle scuole dell’infanzia e da parte delle regioni e degli enti locali al netto delle entrate da compartecipazione delle famiglie utenti del servizio[7].

Ai sensi della delega ivi contenuta, entro 18 mesi dall’approvazione della 107/2015 il governo dovrebbe emanare un decreto legislativo che andrebbe a intaccare in maniera profonda e inedita gli assetti della scuola dell’infanzia, integrandola col sistema degli asili nido[8].


[1] http://www.edscuola.it/archivio/norme/leggi/l444_68.html

[2] http://www.edscuola.it/archivio/norme/decreti/dm3691.html

[3]http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/alfresco/d/d/workspace/SpacesStore/a406163b-a77d-49f5-9bb5-3851c781f2c1/dpr89_2009.pdf

[4] https://epicheia.com/2016/07/15/finanziamenti-per-le-private-austerity-per-le-statali-limpatto-economico-delle-scuole-private-paritarie-nella-seconda-repubblica/

[5] http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2013/02/05/13G00034/sg

[6] http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=celex:32006H0962

[7] http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2015/07/15/15G00122/sg

[8] La legge istitutiva degli asili nido è la 1044 del 6 dicembre 1971 (Piano quinquennale per l’istituzione di asili-nido comunali con il concorso dello Stato), che definisce il nido come «servizio sociale di interesse pubblico». La sua funzione è solo assistenzialistica, e non viene fatto cenno alle sue potenzialità educative. La gestione del servizio è stata pertanto delegata agli enti territoriali e ai privati.

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