Independent – Se Theresa May vuole reintrodurre le grammar schools non è paladina della mobilità sociale

http://www.independent.co.uk/voices/theresa-may-grammar-schools-lift-ban-education-bring-back-grammars-no-champion-of-social-mobility-a7177216.html

di Liam Young – The Indipendent 7 agosto 2016 –  traduzione a cura di Barbara Celena

Le grammar school vennero ‘rottamate’ perchè non funzionavano. Negli anni ‘60, gli alunni della classe operaia costituivano il 26% degli allievi delle grammar school ma rappresentavano solo lo 0,3% di coloro che raggiungevano due livelli A[1].

 

Prima di salire al potere, l’ex Primo Ministro David Cameron disse che il dibattito sulle grammar school costituiva un “test chiave” per determinare se il Partito Conservatore era un “partito aspirante al governo” o un “gruppo di opposizione di destra”. Ora sappiamo che Theresa May potrebbe pianificare di abrogare il divieto di grammar school e lanciare una nuova generazione di scuole statali selettive, sembra che il nuovo Primo Ministro stia riportando i Tory al passato.

È vero che il sistema educativo è in crisi. Le scuole necessitano di investimenti come non mai e la percentuale di insegnanti che lasciano la professione è allarmante. Nella moderna Gran Bretagna, il predittore più affidabile che ci indica quanto farà bene un bambino quando avrà 18 anni non è la promessa e l’abilità individuale ma le qualifiche raggiunte dai suoi genitori.

È una questione che va al cuore del nostro sistema educativo. È una questione che dovrebbe essere in primo piano nelle politiche sociali ed educative, e dovrebbe essere discussa ai livelli governativi più alti. Ma invece di concentrarsi sulla riforma di questa tendenza all’indietro, questo governo si sta preparando a ripristinare una politica datata che esacerberà soltanto i problemi che stiamo affrontando.

L’attrazione dei Tory per le grammar school si fonda sulla questione di classe e la pretesa che non esista, o non sia necessaria, quando si tratta di istruzione. I conservatori sostenitori del sistema della grammar credono, malgrado le prove contrarie, che l’istruzione selettiva ad 11 anni possa annullare gli effetti della povertà o della mancanza di aspirazioni della famiglia di provenienza e possano promuovere la mobilità sociale. I fatti però, raccontano tutt’altra storia. Il sistema scolastico delle grammar, e il processo di selezione, non solo non intacca ma semplicemente rafforza la struttura delle classi sociali.

Un rapporto dei ricercatori della Bristol University supporta l’idea che il Sistema delle grammar si basi sul reclutamento per classe piuttosto che sul talento naturale – nessuna meraviglia, vista la miriade di opportunità avute dai bambini appartenenti alla classe media arrivati ad 11 anni quando avviene la selezione. I ricercatori ritengono che solo la metà di bambini svantaggiati dei comuni avevano la probabilità di iscriversi ad una grammar school rispetto ai loro coetanei con le stesse capacità.

 

Un recente studio del Sutton Trust ha scoperto che delle 164 grammar school ancora aperte nel 2014, 119 avevano meno del 3 per cento di studenti che avevano diritto alla mensa scolastica gratuita mentre la media nazionale di tutte le scuole statali è del 18%. Non è certo una cifra rappresentativa di un sistema che promuove una radicale mobilità sociale.

Dato che si tratta di un sistema storico, abbiamo anche il vantaggio di poter guardare ai risultati degli ultimi decenni. Il rapporto Gurney-Dixon del 1954 scoprì che, al suo apice, solo una piccola parte degli studenti delle grammar  provenienti dalla classe operaia non specializzata si è guadagnata l’accesso all’università. Lo stesso rapporto scoprì che, della piccola parte degli studenti della classe operaia che avevano frequentato una scuola selettiva, due terzi abbandonavano senza aver raggiunto tre livelli O.

Negli anni ‘60, il rapporto Robbins mostrava che, mentre la comunità della classe operaia rappresentava il 26% di tutti gli ammessi alla grammar school, solo lo 0,3% raggiungeva almeno due livelli A.

Si tratta della registrazione di un terribile fallimento rispetto agli obiettivi prefissati dal sistema delle grammar: la mobilità sociale e raggiungimento dell’istruzione accademica.

Tutto questo prima che ci buttassimo nella complessa discussione sull’effetto psicologico dell’esclusione e la competizione all’età di 11 anni, un argomento così significativo e delicato da meritare una colonna a parte. Ignora inoltre la questione di come possa essere giusto che la bocciatura ad un esame ad 11 anni possa in alcune zone fare la differenza tra il frequentare una scuola d’eccellenza ed una fallimentare.

Il dibattito sulla grammar school risale agli anni ’60. Tony Blair aveva ragione a mettervi fine circa 20 anni fa. La Gran Bretagna oggi è una nazione divisa ed ergere nuove barriere non è certo una soluzione ai nostri problemi sociali.

Nel suo primo discorso da neo Primo Ministro Theresa May si dice paladina di tutti. Prendere seriamente in considerazione il ritorno del sistema delle grammar school ha mostrato ai suoi Conservatori di essere lo stesso partito elitario, intoccabile e amante delle divisioni del passato.


[1] N.d.T.:  .: Il GCSE (certificato generale d’istruzione) è un diploma di scuola secondaria del Regno Unito e si sviluppa in  3 parti: i livelli O (ordinario), livello A (avanzato), e livello A+. Il livello O è quello base, in seguito lo studente approfondisce alcune materie fino al livello A e A+. Il livello avanzato del GCE o livello A viene riconosciuto da molte università come standard per valutare il livello di coloro che chiedono l’iscrizione, e la maggior parte ammette solo coloro che raggiungono un numero minimo di livelli A.

La deficiente efficienza: privatizzare il pubblico impiego

di Luca Frontini

Lo scorso 26 luglio la titolare del ministero per la Semplificazione e la pubblica amministrazione, Marianna Madia, ha incontrato a Palazzo Vidoni i sindacati del settore pubblico:

Al centro del confronto il rinnovo del contratto del pubblico impiego e gli aspetti del Testo Unico che impattano sulla contrattazione. Il ministro ha proposto ai sindacati l’avvio di un confronto tecnico in sede Aran su reclutamento, valutazione e contratto per raccogliere suggerimenti e idee.

E’ l’inizio di un percorso che dovrebbe portare in autunno, dopo la conclusione del confronto tecnico a metà settembre, alla messa a punto dell’atto di indirizzo per il rinnovo del contratto e in febbraio all’approvazione del testo unico sul pubblico impiego[1].

Nella stessa giornata alcuni organi di stampa divulgavano il contenuto di una bozza del summenzionato Testo unico, la cui versione definitiva dovrebbe essere emanata dal governo entro febbraio 2017, ai sensi delle deleghe previste nella riforma della PA, ossia nella Legge 7 agosto 2015, n. 124 (Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche)[2] e nel DL 24 giugno 2014, n. 90, convertito dal Parlamento in Legge 11 agosto 2014, n. 114 (Misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l’efficienza degli uffici giudiziari)[3]:

Sulla copertina c’è un bel timbro con la scritta «Top secret» [sic…]. E a leggere le 133 pagine che seguono si capisce bene il perché. La bozza del nuovo testo unico sul pubblico impiego cancella due incrollabili certezze dello statale, i due motivi che rendono il lavoro nel pubblico più sicuro di quello nel privato: il posto fisso e l’aumento automatico dello stipendio con gli scatti di anzianità.[4]

Sebbene la narrazione egemone tenda a presentarli alle masse in qualità di giovani e volenterosi innovatori, sostanzialmente Renzi e Madia non stanno facendo altro che continuare e portare a compimento un (più che ventennale) processo normativo di privatizzazione del lavoro dei dipendenti pubblici. Processo impostato, subito dopo l’adesione dell’Italia al Trattato di Maastricht, da Amato e Cassese (1992-1993)[5], portato avanti da Prodi, D’Alema e Bassanini (1997-2001)[6] e sviluppato da Berlusconi, Brunetta e Calderoli (2008-2011)[7]. L’esito di questo processo è la sostanziale negazione di quella specificità giuridica in precedenza riconosciuta al pubblico impiego.

Specificità che in Italia risaliva alla disciplina pubblicistica codificata nel Testo unico delle leggi sullo stato degli impiegati civili (RD 22 novembre 1908, n. 693) del terzo governo Giolitti. Tale disciplina aveva poi assunto i caratteri di ordinamento speciale, con le riforme De Stefani del 1923 e con l’attribuzione alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo delle controversie di lavoro pubblico (RD 26 giugno 1924, n. 1054; RD 26 giugno 1924, n. 1058). Lo status dei dipendenti pubblici italiani era stato poi ridefinito, tenendo conto del dettato della Costituzione repubblicana, dal DPR 10 gennaio 1957, n. 3 (Testo unico degli impiegati civili dello Stato) e dal DPR 3 maggio 1957, n. 686 (Norme di esecuzione del testo unico delle disposizioni sullo statuto degli impiegati civili dello Stato).

Tra gli anni ottanta e novanta del XX secolo un nuovo paradigma politico-economico di tipo monetarista e neoliberista (espressione di mutati rapporti di forza sia a livello sociale che geopolitico) si impose a livello globale, favorendo la crisi fiscale dello Stato democratico-keynesiano e stigmatizzando il settore pubblico come generatore congenito di inefficienza, sprechi e corruzione. Sull’esempio di quanto già stava accadendo nei paesi anglofoni, e con la necessità di rispettare i ferrei vincoli di bilancio determinati dai parametri di integrazione economica e monetaria europea, il legislatore italiano avviò il processo normativo di privatizzazione del rapporto di lavoro pubblico, riformando sia il sistema delle fonti che regolavano la disciplina dell’impiego nella PA, sia la natura giuridica del rapporto di lavoro dei dipendenti pubblici (applicazione delle disposizioni di diritto privato al rapporto di pubblico impiego; applicabilità della disciplina della contrattazione collettiva; assegnazione alla pubblica amministrazione dei medesimi poteri di gestione del datore di lavoro privato), in un contesto di austerity mascherata da promozione dell’efficienza.

I dati statistici[8] ci dicono che, non considerando il personale impiegato con contratti flessibili, dal 2007 al 2014 il totale degli occupati nella PA si è contratto del 5,1% (riduzione di circa 176.000 posti in sette anni); escludendo gli enti censiti per la prima volta nella PA nel 2014, si arriva a -6,1%, che corrisponde a una contrazione di circa 210.000 persone, di cui 99.000 nel comparto scuola.

 

[1] http://www.funzionepubblica.gov.it/articolo/ministro/26-07-2016/madia-incontra-i-sindacati-si-apre-confronto-su-contratto-e-testo-unico

[2] http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2015/08/13/15G00138/sg

[3] http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2014/08/18/14A06530/sg

[4] http://www.corriere.it/economia/16_luglio_25/cadono-due-pilastri-statali-via-posto-fisso-scatti-automatici-b4c2e020-5293-11e6-9335-9746f12b2562.shtml

[5] DLgs 3 febbraio 1993, n. 29.

[6] DLgs 30 marzo 2001, n. 165.

[7] DLgs 27 ottobre 2009, n. 150.

[8] http://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/e-GOVERNME1/SICO/Conto-annu/2014/Comunicazione-2016-01-15/ANALISI_DATI_2007-2014.pdf

 

Credevate fosse scuola e invece era un casting

di Silvia Serini

 

L’emanazione della direttiva Miur[1] e gli articoli ad essa relativa, compresi i “contestuali” suggerimenti di un noto sito come Orizzonte Scuola su quali strategie, accorgimenti, comportamenti adottare e quali evitare ai fini della tanto agognata chiamata diretta, sono state senza dubbio le notizie che, congiuntamente alla pubblicazione degli esiti della prova scritta del concorso nelle diverse regioni del Belpaese, hanno più attirato l’attenzione dei docenti italiani nelle ultime settimane.

Già da tempo, era stato annunciato che, sulla base del progetto di riforma della scuola voluto dal governo Renzi, gli insegnanti italiani avrebbero dovuto sottostare al meccanismo, oggettivamente opinabile e moralmente discutibile, della chiamata diretta da parte del dirigente scolastico. La nuova prassi, che diventerà operativa dall’anno scolastico entrante, aveva – giustamente – suscitato sospetti e scatenato non poche legittime perplessità, sia sul piano pratico che sotto il profilo etico perché, lungi dall’attenersi a quei criteri di meritocrazia e trasparenza procedurale tanto sbandierati, si basa su una scelta di carattere personale e, dunque, discrezionale, per la quale non sono previsti opportuni contrappesi.

La trovata, promossa da alcuni istituti, del video-curriculum e l’indicazione, a dir poco sorprendente, di inviare il filmato a figura intera e non con un “semplice” mezzobusto[2] per sperare di essere “selezionati” (!), va oltre ogni ragionevole logica (ammesso che ce ne sia una in tutto questo). In effetti, se guardiamo alla dichiarazione in sé, dobbiamo ammettere che, sulle prime, molti di noi – me compresa – hanno pensato a uno scherzo, a un titolo a effetto inventato da qualche giornalista diversamente creativo. Ma poiché, come spesso accade, la realtà supera la fantasia, tralasciando i commenti spiccioli e le boutade che, per forza di cose, la notizia ha provocato, vale la pena riflettere sul valore intrinseco e sul vero messaggio di cui tutto ciò è emblema, su quanto vi è a monte. Insomma, su quanto certe manifestazioni fenomeniche ci rivelino della realtà noumenica – non così inattingibile come nell’originaria definizione kantiana – dei nostri tempi.

A mio avviso, il meccanismo della chiamata diretta e le sue modalità di attuazione non vanno analizzate semplicemente di per sé ma collocate nel ben più ampio, sistematico e scientifico – a suo modo –, piano di smantellamento della scuola pubblica, con i suoi pregi e difetti, così come tutti noi, da allievi prima e da insegnanti poi, l’abbiamo conosciuta e sperimentata.  Alla luce di tale ottica, la quale a sua volta fa parte di quella ancor più metodica di erosione e cancellazione di quel che resta del fu welfare state, emerge che ciò che in prima battuta ci aveva quasi strappato un sorriso ironico e amaro al tempo stesso, ora assume connotati ben più foschi. I contorni, sempre più nitidi, di un sistema avviato inesorabilmente alla catastrofe.

La scuola è parte vitale, pulsante del sistema sociale, non segmento separato a se stante. Chi ci governa lo sa bene ed è per questo che sta predisponendo tutto ciò. Di certo va loro riconosciuto che almeno, così facendo, “la scuola prepara alla vita”. Già, ma a quale vita? A un’esistenza in cui i diritti sono smantellati; in cui belle parole come meritocrazia, efficienza, modernità, ecc…,  pur così tanto propagandisticamente sventolate, sono svuotate nei loro significati più autentici; in cui la conoscenza vale più del curriculum; in cui la forma, fisica se non altro, conta più della sostanza. Ecco allora che torniamo al punto di partenza, al Miur e alle sue direttive. Direttive perfettamente funzionali e concettualmente organiche a questo disegno che, vogliamo dirlo con tutta la franchezza necessaria, non ci convince per niente e ci piace ancora meno. E non perché siamo laudatores temporis acti ma semplicemente perché da docenti, cittadine e cittadini, crediamo che il nostro compito sia più alto e nobile; perché crediamo che i nostri figli e la società del futuro debbano andare in ben altra direzione.


[1] http://banner.orizzontescuola.it/MIUR.AOODPIT.REGISTRO_UFFICIALE(U).0002609.22-07-2016.pdf

[2] http://www.orizzontescuola.it/news/chiamata-diretta-dirigenti-chiedono-video-presentazione-no-mezzobusto-figura-intera-dallautocand

Antropologia concorsuale

di Silvia Serini

 

Non sono passata. La famigerata mail non è arrivata e, dunque, non ho superato la prova. Devo dire che, per come si sono svolte le cose, in cuor mio sentivo che l’esito sarebbe stato questo. Ciò non toglie che averne la matematica certezza abbia comunque rappresentato una sconfitta. E infatti sono stati necessari giorni per fare il punto della situazione e per capire ciò che si agitava nel mio animo. Indubbiamente c’era delusione, tanta, al punto da pensare che presto si sarebbe trasformata – quasi automaticamente – in rabbia, furente e montante. E invece no, perché più ci riflettevo più si rafforzava in me la convinzione che non ne valeva la pena.

Questo concorso è stato ab origine un malnato e per forza di cose si concluderà nella stessa maniera indecorosa con cui è stato pensato. Preso atto di ciò però, sentivo che a crescere era un sentimento di tristezza, autentica e profonda. Sin da quando, con grandi travagli e altrettanti ritardi, è stato bandito, esso ha attraversato, condizionandola, la vita di tutti noi diretti interessati in un senso molto radicale. Mi ha cioè permesso di conoscere meglio la vera natura delle persone che da prospettive diverse ne sono state coinvolte. Ecco allora che si affacciavano davanti a me, come in una sorta di imprevista, inedita, novella commedia umana, personaggi di ogni risma. Ex colleghi di ruolo che, da una parte manifestavano stima e apprezzamento nei miei confronti sostenendo che chi, come la sottoscritta, aveva alle spalle un certo tipo di percorso formativo e di esperienza non doveva subire anche questa ulteriore umiliazione ma, dall’altra, si sono ben guardati dal protestare, contestare o anche fare un solo sciopero contro la riforma e i suoi derivati (concorso compreso). O ancora un collega incontrato nella sede della prova a pochi minuti dal suo svolgimento il quale, con mia grande sorpresa, è riuscito a dirmi che, in quella circostanza, eravamo nemici perché mai come allora valeva il motto mors tua, vita mea (per inciso, lui ha passato la prova, io no). E, infine, quei docenti – una parte, non tutti per fortuna – a cui è bastato sapere di aver oltrepassato quota 28 per esultare senza stile, dimenticandosi che stavano parlando sempre di quel sistema, di quella riforma, di quel concorso e di quei politici sui quali fino a qualche secondo prima esprimevano giudizi a dir poco taglienti. La tristezza dicevo. Una tristezza che assume i contorni dell’amarezza se guardo, in ultimo, al vero significato di queste “esperienze antropologiche”: ci hanno messo gli uni contro gli altri, il divide et impera, come la storia insegna, pare funzioni ancora. Eppure non voglio arrendermi e nemmeno pensare che tutto sia perduto.

Pertanto, concludo con un augurio e con una promessa. Il primo rivolto a tutte le colleghe e i colleghi affinché, dopo aver superato lo scritto, possano concludere felicemente questa discesa agli Inferi con la meritata assunzione. La seconda va a chi ci governa, affinché sappia che, lungi dall’avermi/averci abbattuto, il trattamento a cui ci hanno sottoposti è un incentivo a proseguire nelle nostre battaglie, in questa lunga, spietata, guerra di logoramento che non siamo stati noi a volere ma di fronte alla quale non ci tireremo mai indietro.

 

La Croix – Aumento dei fondi alla pubblica istruzione: chi sono i beneficiari ?

(introduzione e traduzione di Rosalba Applauso)

Il presidente Hollande sembra voler tenere fede alle promesse o almeno provarci: nel quadro di una rivalutazione dell’istruzione in Francia, punto chiave in campagna elettorale, arriva puntuale (a ridosso delle elezioni, secondo i maligni) anche un aumento dei fondi destinati alla Pubblica Istruzione, all’istruzione superiore e alla ricerca, completato da misure volte alla rivalutazione degli stipendi dei docenti e alla creazione di nuovi posti di lavoro, annunciate a maggio. Provvedimento, quello dell’aumento delle risorse alla pubblica istruzione, che il ministro Najat Vallaud-Belkacem definisce senza precedenti ma che, come sempre accade oltralpe, non manca di suscitare vive polemiche. I sindacati parlano, infatti, di un numero di assunzioni insufficiente a coprire l’effettivo fabbisogno e di un sistema scolastico in affanno, a cui nemmeno l’iniezione di liquidità farà prendere una boccata d’ossigeno.


http://www.la-croix.com/Famille/Education/Qui-beneficie-de-la-hausse-de-budget-de-l-education-nationale-2016-07-12-1200775413

di: Lauriane Clément

Grazie all’immissione di tre miliardi di euro nella pubblica istruzione e nell’istruzione superiore, il governo riafferma la priorità dell’Istruzione nel suo mandato e intende lanciare un messaggio chiaro. Il sottosegretario alle Finanze, Christian Eckert, ha annunciato il 7 luglio scorso una rivalutazione di 2,15 miliardi del fondo destinato alla Pubblica Istruzione e di 850 milioni per quanto riguarda l’istruzione superiore e la ricerca, una delle priorità del bilancio 2017. Un aumento giudicato dal ministro della Pubblica Istruzione, Najat Vallaud-Belkacem, “senza precedenti”. Un aumento che arriva a un anno dalle presidenziali e corrisponde ad alcune misure annunciate a maggio, come la rivalutazione degli stipendi degli insegnanti della scuola dell’infanzia e della primaria. Un vero e proprio investimento nel settore dell’Istruzione? “Senza dubbio, sono stati fatti degli sforzi dall’inizio del mandato, riconosce Laurent Escure, segretario generale dell’Unsa Éducation[1]. Si può sempre fare di più, è ovvio, ma tra un periodo in cui sono stati eliminati 88 000 posti di lavoro, come è successo nel precedente quinquennato, e un altro in cui ne vengono creati 60 000, la differenza si vede”.

11 662 nuovi posti di lavoro per l’inizio dell’anno scolastico 2017

La dotazione finanziaria consentirà la creazione di 11 662 posti per l’inizio del nuovo anno scolastico: 4 311 nella primaria, 4 400 nei collège e nei licei, 1 000 nelle scuole private e 1 951 per il personale non docente, che si occupa in particolare degli studenti diversamente abili. Una cifra che va ad aggiungersi ai 9606 posti già istituiti nel 2015. Il governo auspica in questo modo di tenere in parte fede alla promessa fatta da François Hollande in campagna elettorale che prevedeva la creazione di 60000 posti di lavoro nel settore dell’istruzione nel corso del suo mandato, di cui 54 000 destinati alla Pubblica Istruzione. La sfida è quella di poter fare fronte all’aumento della popolazione studentesca. L’istruzione superiore che ha scolarizzato  25 000 studenti in più quest’anno, conta sui suoi 850 milioni supplementari per finanziare 1000 nuovi posti di lavoro e 25000 borse di studio. Nell’istruzione di primo e secondo grado, la popolazione studentesca è salita da 12,14 milioni nel 2012 a 12,35 nel 2015. Il trend dovrebbe subire un ulteriore aumento nei prossimi anni. Secondo Fabienne Berlin, del syndicat national des enseignements de second degré (SNES – Sindacato nazionale degli insegnanti dell’istruzione di secondo grado), questo provvedimento, anche importante, non pone rimedio, tuttavia, a uno dei principali difetti del sistema: “Se guardiamo ai posti previsti nel bilancio, non siamo lontani dai 60000, ma una parte riguarda dei posti di tirocinante, che non è un insegnante a tempo pieno. Ciò non è sufficiente a porre rimedio ai danni causati dalle precedenti soppressioni di posti di lavoro e di personale che nel settore dell’istruzione di secondo grado non fanno che aumentare da due anni”.

Borse di studio in aumento

Questi stanziamenti sono stati fatti corrispondere a una rivalutazione del premio d’indennità di assistenza e accompagnamento degli studenti (Isae)[2] degli insegnanti di infanzia e primaria, allo scopo di allinearla dalla fine del 2017 a quella dei docenti della scuola secondaria di primo e secondo grado, ossia 1200 € supplementari lordi all’anno. Infine, quegli insegnanti più impegnati nel loro compito, come quelli che lavorano nell’ambito dell’éducation prioritaire, potranno godere di scatti di carriera. Un mezzo per rendere più attraente la loro professione in un momento in cui il ministero fa fatica ad assumere nuovi insegnanti. Completano gli stanziamenti un aumento del 10% delle borse di studio al liceo e l’estensione degli aiuti per la ricerca del primo impiego a 50 000 liceali o apprendisti e 70 000 studenti borsisti.

Éric Charbonnier, analista presso il settore istruzione dell’OCSE, accoglie con un plauso queste misure. Secondo quest’ultimo, però, la Francia deve investire soprattutto nella scuola dell’infanzia e primaria e nell’éducation prioritaire. “Se si mette a confronto con gli altri paesi europei, ci si accorge che il nostro paese spende meno per gli studenti dell’infanzia e della primaria e che il sistema fa fatica a occuparsi degli studenti in difficoltà. In passato, la Francia non ha nemmeno investito nell’éducation prioritaire. Ancora oggi se ne vedono gli effetti, anche se sono state portate avanti alcune azioni” e conclude : “Il successo formativo non è solo una questione finanziaria, bisogna che i fondi siano utilizzati in maniera efficace”.

“Il successo formativo non è solo una questione finanziaria, bisogna che i fondi siano utilizzati in maniera efficace”

 «Il sistema scolastico è in affanno »

Annie Genevard, delegata generale dei Repubblicani responsabili dell’istruzione

“Come sempre i socialisti danno una risposta finanziaria a problemi strutturali. Questi 3 miliardi di euro supplementari sono un velo che nasconde, prima delle elezioni, le reali difficoltà. Da cinque anni, si è accentuata la dispersione scolastica, la riforma dei ritmi scolastici[3] ha destabilizzato tutti e la riforma del collège[4] è oggetto di molte contestazioni. Il sistema è in affanno. Sarebbe stato necessario rimettere al primo posto l’insegnamento delle discipline e restituire un po’ di autonomia alle scuole. Per quanto riguarda gli insegnanti, la creazione di posti di lavoro non basterà a riconquistare la loro fiducia. Nel 2012, la sinistra ha soppresso la defiscalizzazione delle ore supplementari che consentiva agli insegnanti di percepire uno stipendio più alto. La rivalutazione degli stipendi annunciata dal ministro non permetterà di recuperare questa perdita di potere d’acquisto. Si tratta di una professione che riscuote scarso interesse, come dimostra la crisi delle assunzioni”.

 


[1] L’UNSA Education è una federazione composta da 27 sindacati. Creata nel 1929 con il nome di Fédération générale de l’enseignement (FGE – Federazione generale dell’insegnamento), denominata Fédération de l’Éducation nationale (FEN – Federazione della Pubblica Istruzione) a partire dal 1946, la Federazione ha acquisito, nel 2000, il nome di UNSA Éducation per sottolineare il suo saldo legame con l’UNSA di cui è stata cofondatrice nel 1993.

[2] L’indemnité de suivi et d’accompagnement des élèves (ISAE), creata per i docenti di infanzia e primaria, viene concessa: agli insegnanti di infanzia e primaria che lavorano nelle scuole dell’infanzia e primaria e agli insegnanti di infanzia e primaria che esercitano in istituti o nel contesto di servizi sanitari o medico sociali.

[3] La riforma dei ritmi scolastici nella scuola dell’infanzia e nella primaria del 2013, avviata dall’allora ministro dell’Istruzione Vincent Peillon  prevede una nuova organizzazione dell’orario scolastico nella scuola dell’infanzia e primaria e precisamente un ritorno alla settimana di quattro giorni e mezzo. Secondo il ministero, la nuova organizzazione del tempo sarebbe stata la risposta a obiettivi pedagogici che avrebbero permesso ai bambini un migliore apprendimento a scuola: favorire gli apprendimenti fondamentali al mattino, momento in cui gli studenti sono più attenti; approfittare di 5 mattine per avere così dei tempi di apprendimento più regolari.

[4] La riforma del collège che entrerà in vigore all’inizio dell’anno scolastico prevede cambiamenti a livello della didattica con classi di piccoli gruppi, rafforzamento dell’insegnamento delle lingue straniere, ulteriori tempi per  “accompagnare” gli studenti nel processo di apprendimento, spazio all’insegnamento del greco e del latino.

 

New York Times – Dopo il tentato golpe la Turchia cerca di liberarsi degli oppositori di Erdogan nel settore dell’Istruzione

(traduzione di Barbara Celena)

 

http://www.nytimes.com/2016/07/20/world/europe/turkey-erdogan-gulen.html?hp&action=click&pgtype=Homepage&clickSource=story-heading&module=first-column-region&region=top-news&WT.nav=top-news&_r=1

di CEYLAN YEGINSU 19 luglio 2016

ISTANBUL — Le autorità turche hanno esteso l’epurazione delle istituzioni di Stato di martedì, sospendendo più di 15 mila impiegati nel ministero dell’Istruzione per sospetti collegamenti al fallito golpe militare della scorsa settimana.

Poco dopo aver annunciato le sospensioni, il Consiglio per l’Istruzione Superiore ha ordinato le dimissioni a 1500 rettori in varie Università in tutto lo Stato e revocato l’abilitazione all’insegnamento a 21 mila insegnanti, dicono le fonti ufficiali turche.

Già martedì notte, il governo del Presidente Recep Tayyip Erdogan aveva epurato o arrestato circa 35 mila membri tra forze militari, di sicurezza e della magistratura nell’intento di allontanare dall’apparato burocratico-governativo e dalla classe politica tutti gli alleati di Felullah Gulen, un Musulmano che il governo ha accusato di aver architettato l’attentato golpe di venerdì.

Il Primo Ministro Binali Yildirim ha definito i seguaci di  Gulen una “organizzazione terroristica parallela”

“Elimineremo anche le radici più profonde cosi che nessuna organizzazione terroristica clandestine avrà più la forza di tradire il nostro adorato popolo un’altra volta,” ha dichiarato Yildirim al Parlamento martedì.

Le epurazioni nelle Istituzioni educative hanno lo scopo di diminuire l’influenza dei seguaci di Gulen, un rivale di Erdogan in esilio volontario in in Pennsylvania dal 1999. Gulen è inoltre ispiratore di una rete internazionale di scuole, incluse 160 charter schools negli Stati Uniti, che ha ricevuto agevolazioni dal governo federale. Ma il movimento di Gulen ha dichiarato di non avere legami diretti con queste scuole ed ha negato ogni coinvolgimento nel golpe.

I diplomatici occidentali hanno criticato la Turchia per le espulsioni e gli arresti indiscriminati all’indomani del tentato golpe, esortando il governo di  Erdogan ad attenersi ai principi democratici quali il rispetto per i diritti umani e lo Stato di diritto.

Le fonti ufficiali turche riferiscono che la reazione è stata quella appropriata tenendo conto che i complottisti sono stati accusati di tentata cattura e tentato omicidio del presidente.

“Ci sono volute parecchie migliaia di soldati per compiere questo tentato golpe” ha detto martedì Ibrahim Kalin, portavoce del presidente. “abbiamo visto molti di loro per strada, e ci sono coloro che hanno dirottato elicotteri e F-16. Molti di loro hanno sparato a persone innocenti e bloccato le strade.”

“Poi c’erano i generali che hanno pianificato il golpe e dichiarato la legge marziale” continua. “è normale che venga da noi applicato lo stato di diritto per arrestare queste persone accusate di tradimento e di attentato all’ordine costituzionale del paese.”

Il governo Turco ha inoltre applicato tolleranza zero sui programmi di informazione simpatizzanti per  Gulen annullando le licenze per un certo numero di canali radiofonici e televisivi già martedì.

Qualche mese fa, le stesse autorità turche confiscarono il quotidiano turco più popolare, Zaman, dopo che una sentenza del Tribunale la pose sotto tutela dello Stato. Il quotidiano era molto vicino a Gulen ed era diventato accanitamente critico nei confronti di Erdogan e del suo governo.