La deficiente efficienza: privatizzare il pubblico impiego

di Luca Frontini

Lo scorso 26 luglio la titolare del ministero per la Semplificazione e la pubblica amministrazione, Marianna Madia, ha incontrato a Palazzo Vidoni i sindacati del settore pubblico:

Al centro del confronto il rinnovo del contratto del pubblico impiego e gli aspetti del Testo Unico che impattano sulla contrattazione. Il ministro ha proposto ai sindacati l’avvio di un confronto tecnico in sede Aran su reclutamento, valutazione e contratto per raccogliere suggerimenti e idee.

E’ l’inizio di un percorso che dovrebbe portare in autunno, dopo la conclusione del confronto tecnico a metà settembre, alla messa a punto dell’atto di indirizzo per il rinnovo del contratto e in febbraio all’approvazione del testo unico sul pubblico impiego[1].

Nella stessa giornata alcuni organi di stampa divulgavano il contenuto di una bozza del summenzionato Testo unico, la cui versione definitiva dovrebbe essere emanata dal governo entro febbraio 2017, ai sensi delle deleghe previste nella riforma della PA, ossia nella Legge 7 agosto 2015, n. 124 (Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche)[2] e nel DL 24 giugno 2014, n. 90, convertito dal Parlamento in Legge 11 agosto 2014, n. 114 (Misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l’efficienza degli uffici giudiziari)[3]:

Sulla copertina c’è un bel timbro con la scritta «Top secret» [sic…]. E a leggere le 133 pagine che seguono si capisce bene il perché. La bozza del nuovo testo unico sul pubblico impiego cancella due incrollabili certezze dello statale, i due motivi che rendono il lavoro nel pubblico più sicuro di quello nel privato: il posto fisso e l’aumento automatico dello stipendio con gli scatti di anzianità.[4]

Sebbene la narrazione egemone tenda a presentarli alle masse in qualità di giovani e volenterosi innovatori, sostanzialmente Renzi e Madia non stanno facendo altro che continuare e portare a compimento un (più che ventennale) processo normativo di privatizzazione del lavoro dei dipendenti pubblici. Processo impostato, subito dopo l’adesione dell’Italia al Trattato di Maastricht, da Amato e Cassese (1992-1993)[5], portato avanti da Prodi, D’Alema e Bassanini (1997-2001)[6] e sviluppato da Berlusconi, Brunetta e Calderoli (2008-2011)[7]. L’esito di questo processo è la sostanziale negazione di quella specificità giuridica in precedenza riconosciuta al pubblico impiego.

Specificità che in Italia risaliva alla disciplina pubblicistica codificata nel Testo unico delle leggi sullo stato degli impiegati civili (RD 22 novembre 1908, n. 693) del terzo governo Giolitti. Tale disciplina aveva poi assunto i caratteri di ordinamento speciale, con le riforme De Stefani del 1923 e con l’attribuzione alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo delle controversie di lavoro pubblico (RD 26 giugno 1924, n. 1054; RD 26 giugno 1924, n. 1058). Lo status dei dipendenti pubblici italiani era stato poi ridefinito, tenendo conto del dettato della Costituzione repubblicana, dal DPR 10 gennaio 1957, n. 3 (Testo unico degli impiegati civili dello Stato) e dal DPR 3 maggio 1957, n. 686 (Norme di esecuzione del testo unico delle disposizioni sullo statuto degli impiegati civili dello Stato).

Tra gli anni ottanta e novanta del XX secolo un nuovo paradigma politico-economico di tipo monetarista e neoliberista (espressione di mutati rapporti di forza sia a livello sociale che geopolitico) si impose a livello globale, favorendo la crisi fiscale dello Stato democratico-keynesiano e stigmatizzando il settore pubblico come generatore congenito di inefficienza, sprechi e corruzione. Sull’esempio di quanto già stava accadendo nei paesi anglofoni, e con la necessità di rispettare i ferrei vincoli di bilancio determinati dai parametri di integrazione economica e monetaria europea, il legislatore italiano avviò il processo normativo di privatizzazione del rapporto di lavoro pubblico, riformando sia il sistema delle fonti che regolavano la disciplina dell’impiego nella PA, sia la natura giuridica del rapporto di lavoro dei dipendenti pubblici (applicazione delle disposizioni di diritto privato al rapporto di pubblico impiego; applicabilità della disciplina della contrattazione collettiva; assegnazione alla pubblica amministrazione dei medesimi poteri di gestione del datore di lavoro privato), in un contesto di austerity mascherata da promozione dell’efficienza.

I dati statistici[8] ci dicono che, non considerando il personale impiegato con contratti flessibili, dal 2007 al 2014 il totale degli occupati nella PA si è contratto del 5,1% (riduzione di circa 176.000 posti in sette anni); escludendo gli enti censiti per la prima volta nella PA nel 2014, si arriva a -6,1%, che corrisponde a una contrazione di circa 210.000 persone, di cui 99.000 nel comparto scuola.

 

[1] http://www.funzionepubblica.gov.it/articolo/ministro/26-07-2016/madia-incontra-i-sindacati-si-apre-confronto-su-contratto-e-testo-unico

[2] http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2015/08/13/15G00138/sg

[3] http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2014/08/18/14A06530/sg

[4] http://www.corriere.it/economia/16_luglio_25/cadono-due-pilastri-statali-via-posto-fisso-scatti-automatici-b4c2e020-5293-11e6-9335-9746f12b2562.shtml

[5] DLgs 3 febbraio 1993, n. 29.

[6] DLgs 30 marzo 2001, n. 165.

[7] DLgs 27 ottobre 2009, n. 150.

[8] http://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/e-GOVERNME1/SICO/Conto-annu/2014/Comunicazione-2016-01-15/ANALISI_DATI_2007-2014.pdf

 

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