Apologia della Geografia

di Silvia Serini

 

Quando ero impegnata nel tirocinio per il conseguimento dell’abilitazione, durante il periodo di insegnamento in classe, un istituto per geometri, un alunno del quinto anno, al termine delle lezioni settimanali, mi comunicò che quel weekend sarebbe andato a vedere il concerto di uno dei suoi cantanti preferiti a Pistoia, in Emilia-Romagna. Alquanto sbalordita, gli risposi che se andava in Emilia di certo poteva visitare delle bellissime città ma non assistere allo spettacolo che desiderava perché Pistoia, fino a prova contraria, era ancora in Toscana. La palese ignoranza geografica del ragazzo – e la naturalezza con cui vi si rapportava – mi colpirono profondamente ma cercai comunque di ironizzarci sopra. Negli ultimi giorni, parlando con alcuni colleghi ho prestato attenzione a un particolare che di solito mi sfuggiva. Qualunque docente di lettere, interrogato su quali siano le materie che può insegnare, con molta probabilità direbbe: italiano, storia e geografia. Esattamente in quest’ordine. Quello che però la linearità della risposta non evidenzia è che, di norma, mentre alle prime due – e all’italiano in particolar modo – si tende ad attribuire un valore epistemologicamente identitario – la geografia viene più che altro nominata per completezza di informazione, quasi come se il pacchetto delle “lettere” fosse completo già con le sole italiano e storia, alle quali, per convenzione, si aggiunge, appunto, anche la geografia.

Basterebbero questi due singoli episodi per rendersi conto di quanto oggi, al di là della singolarità del primo e del valore meramente empirico del secondo, l’insegnamento e ancor più la considerazione di cui gode tale materia tra gli stessi addetti ai lavori, cioè tra quei docenti chiamati a trasmetterne non solo le nozioni fondamentali ma, come sarebbe auspicabile, la bellezza, siano precipitate ai minimi storici.

Questo stato di cose ovviamente si è determinato per una serie di concause tra le quali vanno annoverate anche scelte ben precise, pianificate dall’alto. Se ci limitiamo a osservare come si articola oggigiorno la distribuzione del monte ore di geografia nella sola scuola secondaria, di secondo[1] più che di primo grado[2], ci rendiamo conto di quanto, rispetto a quello previsto per le materie umanistiche tout court, alla geografia non restino che le briciole. Inoltre, conducendo lo stesso tipo di analisi, a livello però diacronico, arriveremmo a notare come la linea di tendenza costante delle riforme strutturali che hanno interessato la scuola nell’ultimo decennio[3], almeno sul fronte della determinazione del piano di studi, sia stata una progressiva erosione delle ore di insegnamento a essa dedicate. Si potrebbe obiettare che, in molti casi, ciò sia stato determinato dal fatto che la scuola ha sottratto alcune ore alle discipline “tradizionali” – dizione in cui rientra anche la geografia – per far posto a materie che, come le lingue straniere, erano meno valorizzate o che, come l’informatica, erano quasi del tutto assenti. Discipline che, al momento, non possono non trovare spazio in una scuola che sappia formare gli alunni e le alunne del nuovo millennio. Giustissimo ma, ribadisco, proprio per tale ragione, non può essere sacrificata sull’altare dei “curricoli 3.0” la geografia che, anzi, è forse uno dei saperi più adatti, non solo a dialogare con gli altri ma, anche, a rendere autenticamente vitale e didatticamente completo sia lo studio di contenuti altri che l’attivazione di quelle competenze che la scuola intende promuovere. Come si può pensare di insegnare storia, italiano[4], ma anche scienze, geometria, arte, tecnologia, musica e informatica senza le contestuali nozioni e gli opportuni riferimenti alla geografia?

Relegata al rango di figlia di un Dio minore, attualmente la geografia sconta un “disprezzo” immeritato, frutto di scelte programmatiche pedagogicamente poco fondate. Vorrei ricordare che, anziché sottrarre ore di insegnamento, sarebbe utile pensare percorsi di formazione specifica e di aggiornamento ad hoc per gli insegnanti, magari interfacciandosi con organizzazioni quali il Cisge[5] o la Società Geografica Italiana[6] che da anni promuovono interessanti progetti di sensibilizzazione e di valorizzazione della disciplina. Gli stessi docenti, inoltre, non possono chiamarsene fuori perché anche a loro va ascritta una parte di responsabilità per la situazione venutasi a creare, quasi come se la geografia rappresentasse un fardello in più, l’ennesimo, nello svolgimento di una professione che sarebbe già pienamente completa insegnando altro. L’invito dunque, prima ancora che agli studenti, è rivolto ai colleghi e alle colleghe affinché riscoprano il piacere di dedicarsi a una disciplina che è innanzitutto risorsa perché potenzia la possibilità di capire, comprendere, conoscere e interagire con un mondo la cui cifra distintiva è la complessità. Complessità nella quale la geografia, più e meglio di altri saperi, può aiutare a orientarci con cognizione di causa.


[1] Basti guardare quanto prescritto nelle Indicazioni nazionali riguardanti gli obiettivi specifici di apprendimento concernenti le attività e gli insegnamenti compresi nei piani degli studi previsti per i percorsi liceali (D.P.R. 89/2010), le Linee guida dei nuovi istituti tecnici (D.P.R. 88/2010) e le Linee guida dei nuovi istituti professionali (D.P.R. 87/2010). La geografia, quando compare, è confinata nel biennio e, spesso, accorpata a storia che poi torna ad essere disciplina a se stante dal successivo triennio.

[2] In tal caso fa fede il testo delle Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione (D.P.R 89/2009), consultabili all’indirizzo http://www.indicazioninazionali.it/documenti_Indicazioni_nazionali/indicazioni_nazionali_infanzia_primo_ciclo.pdf

[3] Dalla riforma Moratti (L. 53/2003) alla riforma Gelmini (L. 133/2008) fino alla cosiddetta Buona scuola (L. 107/2015).

[4] Cito, tra le innumerevoli che possono essere indicate e tra gli altrettanto numerosi esempi che possono essere addotti per ciascuna disciplina, l’opera, ormai classica ma decisamente insuperata, di Carlo Dionisotti, Geografia e storia della letteratura italiana, (1ª edizione 1967).

[5] Centro italiano per gli studi storico-geografici http://www.cisge.it/

[6] http://societageografica.net/

2 thoughts on “Apologia della Geografia

  1. Il fatto che la Geografia sia trascurata dai programmi scolastici è un nprocesso umulativo e di crescita esponenziale. Gli insegnanti non amano insegnarla perché non la conoscono (e non sono le regioni o “le capitali” il cuore della disciplina) e non la conoscono perché non viene loro insegnata all’Università nella quale, per la laurea, non ci sono esami “seri” e numerosi come – ad esempio – per le Storie. e dove pure ci sono molti docenti che in realtà non ne conoscono le valenze educative. Di conseguenza non conoscono la Geografia gli studenti delle scuole medie di primo e secondo grado che sono i futuri studenti universitari e magari futuri docenti e ministri. Una parte delle colpe è proprio dei docenti universitari che – fino a pochi anni fa – si ritenevano onniscienti in campo geografico. Uno storico universitario che si occupi di medievistica non si occupa in genere di storia contemporanea mentre in campo geografico (ripeto: fino a pochi anni fa) c’era la presunzione – soprattutto in Italia – che il Geografo accademico dovesse occuparsi di ogni ramo della disciplina. Certamente le cose stanno ambiando ma mi pare inutile ormai chiudere la stalla dopo che si sono lasciatoi fuggire gli ultimi buoi ! (Ho insegnato la materia per una cinquantina di anni ai vari livelli, dalle scuole medie superiori a i corsi post-universitari passando per la formazione dei futuri docenti e per l’aggiornamento di quelli in servizio)

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