«Epicheia»: la scuola ai tempi della deriva post-democratica.

(di Luca Frontini)

Una mutazione post-democratica in senso tecnocratico e oligarchico della società può dirsi compiuta solo con la sua ratifica a livello di normativa costituzionale, cioè quando la Carta che fonda il patto sociale subisce alterazioni tali da configurare una nuova gerarchia dei poteri, sancendo anche a livello istituzionale l’alterazione dei rapporti di forza tra soggetti politici ed economici già compiuta nella società.

Ad esempio, la riforma della Costituzione, che sta per essere sottoposta a referendum popolare confermativo il 4 dicembre prossimo venturo, conferisce (in combinato disposto con la riforma della legge elettorale in senso iper-maggioritario) una centralità sostanziale – inedita per quanto riguarda l’Italia repubblicana, almeno fino all’introduzione del vincolo esterno derivante dai trattati europei, Trattato di Maastricht in primis – al potere esecutivo e al capo del governo, a scapito delle istituzioni rappresentative e dei corpi sociali intermedi. Un esecutivo sovraordinato al Parlamento, che riproduce in scala nazionale l’asimmetria di poteri tra Commissione e Parlamento europeo (il PE, a differenza della Commissione, non ha alcun potere di iniziativa legislativa).

Quando non deriva da un colpo di Stato condotto con l’uso della forza militare, caso sempre più raro nell’Occidente consumista e depoliticizzato[1], il cambiamento formale della Costituzione è l’esito di un processo di capillare mutazione ideologica, sociale e antropologica, innescato da una serie di scelte politiche fatte passare per “tecniche”.

La decisione “tecnica” (ossia politica in senso post-democratico) decisiva per la deriva post-democratica, motivata dalle oligarchie con la “necessità” sociale di combattere l’inflazione degli anni settanta (in realtà un’inflazione al 15%, in presenza di un meccanismo di indicizzazione dei salari all’inflazione come la scala mobile, non andava ad intaccare ma accresceva il potere d’acquisto dei lavoratori, mentre andava ad erodere le rendite dei grandi investitori di capitale finanziario) è consistita nel rendere autonome le banche centrali di emissione valutaria.

Presentando la questione come meramente tecnica, a partire dagli anni ottanta del Novecento è stata promossa la formazione di un vero e proprio “quarto potere” monetario, detenuto dalle Banche centrali (“indipendenti” da governi e Parlamenti, dunque dalla politica nella sua forma tendenzialmente democratica), che ha determinato la fine della sovranità economica degli Stati, la loro subordinazione ai Mercati finanziari e, come conseguenza, in una prima fase, un enorme aumento del debito pubblico. Questo è stato usato poi come arma di ricatto ideologico con cui, in una seconda fase cominciata con la crisi del 2008, le oligarchie hanno giustificato, e stanno giustificando, le “riforme” (in realtà lo smantellamento) del Welfare State. “Riforme” che infatti si risolvono sistematicamente in riduzioni dei diritti della popolazione lavoratrice. In Italia questa seconda fase si è aggravata a partire dall’agosto 2011 con la lettera della Bce al governo Berlusconi, col governo Monti, con l’adesione al Fiscal Compact e con la costituzionalizzazione del pareggio del bilancio statale. In conseguenza di questi atti normativi, la risposta data alla crisi, contro ogni buonsenso macroeconomico, non è stata un incremento degli investimenti pubblici per far ripartire la crescita, ma un assurdo[2] aumento dell’austerity e dei tagli alla spesa statale nei settori con più ampia ricaduta sociale, scuola e sanità in primis[3].

La scuola pubblica, istituzione fondamentale da difendere e da espandere in ogni comunità che pretenda di definirsi tendenzialmente democratica, rappresenta un significativo punto di osservazione attraverso cui raccontare e valutare il suddetto processo di trasformazione verso la deriva tecnocratica e oligarchica. Deriva da intendersi tanto in senso materiale e socio-antropologico[4] quanto nell’aspetto formale e normativo.

Ad esempio negli anni della grande crisi, dal 2007 al 2014, in Italia:

 

la Scuola ha […] contribuito per circa la metà alla riduzione di personale osservata in tutto il pubblico impiego, che è stata […] di poco inferiore alle 210.000 unità[5].

 

Oggi siamo giunti a uno stadio avanzato e quasi compiuto del processo di depoliticizzazione post-democratica della scuola e della società: se non possiamo (almeno per ora) correggerlo politicamente, occorre quantomeno narrarlo e interpretarlo per storicizzarlo, e quindi comprendere questo processo, deleterio per ogni forma di stabilità e di reale crescita economica, della coesione sociale e dello sviluppo umano. Alcuni notevoli lavori di analisi e di sintesi sono già apparsi, se ne auspica la comparsa di altri: «Epicheia» è a disposizione degli studiosi che volessero intervenire nel dibattito e presentare le loro ricerche sul tema.

 

 

[1] Il modello di governance post-guerra fredda tende sempre più ad impiegare l’hard power militare alle realtà extra-occidentali, alle zone periferiche e alle enclave degradate, o in degradazione, dell’Occidente. Per il controllo delle masse occidentali si fa invece ricorso a una forma di soft power come la promozione mass-mediatica di stili di vita de-politicizzati e consumistici.

[2] Assurdo da un punto di vista democratico e di impostazione keynesiana delle politiche economiche, ma perfettamente razionale dal punto di vista delle oligarchie finanziarie, che in un contesto deflattivo come quello attuale vedono aumentare la loro ricchezza e il loro potere.

[3] Come introduzione all’argomento si veda: L. Frontini, Moneta e Impero. Benessere, sovranità, democrazia: come e perché li stiamo perdendo, premessa di M. Severini, prefazione di M. Carletti, postfazione di S. Piersantelli, Zefiro, Fermo 2016.

[4]  «E se ci chiediamo perché la maggior parte delle persone accetta politiche che un tempo avrebbe rigettato collettivamente, o ritiene necessario il restringimento di buona parte dei diritti, o che sia naturale introdurre un principio di competizione fin nelle aule abitate dai nostri figli, una risposta scomoda ma sincera potrebbe essere questa: perché noi vogliamo competere, vogliamo arricchirci, vogliamo pensarci come imprenditori di noi stessi». P. Ginsborg, S. Labate, Passioni e politica, Einaudi, Torino 2016, p. 8.

[5] Ministero dell’Economia e delle Finanze – Ragioneria generale dello Stato, Analisi di alcuni dati del conto annuale del periodo 2007-2014, p. 20: http://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/e-GOVERNME1/SICO/Conto-annu/2014/Comunicazione-2016-01-15/ANALISI_DATI_2007-2014.pdf

 

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