Le Monde: Come il sistema educativo francese fa aumentare le disuguaglianze sociali

http://www.lemonde.fr/campus/article/2016/09/27/comment-le-systeme-francais-aggrave-ineluctablement-les-inegalites-scolaires_5003800_4401467.html?xtmc=mattea_battaglia&xtcr=13

(Introduzione e traduzione a cura di Rosalba Applauso)

 

Se Roma piange, Cartagine non ride. Un detto che ben si addice alla situazione in cui versano i sistemi scolastici italiano e francese.

Se l’Italia, infatti, esce male dall’ultimo rapporto annuale dell’OCSE che bacchetta la penisola per i tagli del bilancio alla scuola pubblica, gli stipendi miseri, il corpo docente più vecchio nonché l’alta la disuguaglianza in termini di successo scolastico che  non si limita soltanto agli studenti di origine straniera visto che in Italia, è il livello di istruzione familiare ad avere una grande influenza nella riuscita negli studi; la Francia non ne esce meglio, soprattutto in materia di disuguaglianze sociali. Già nel 2012, in realtà, l’OCSE faceva notare che la correlazione tra contesto socio-economico e performance scolastiche in Francia è molto più profonda che nella maggior parte degli altri paesi OCSE. L’istituto di statistica d’oltralpe INSEE invece sottolineava, in uno studio sulla generazione di studenti al primo anno del collège nel 1995, l’esistenza della correlazione tra categoria socio-professionale dei genitori e le possibilità dei figli di conseguire il diploma di maturità (25% di possibilità per un bambino con genitori inattivi ; 50% per un bambino con genitori occupati e 90% per il figlio di un insegnante). Sembra, tuttavia, che il paese non sia riuscito a fare tesoro di questi risultati e di quelli di altre indagini ma che anzi la politica non sia stata nemmeno minimamente in grado di fornire delle risposte o quantomeno di arginare il fenomeno, limitandosi a riproporre le stesse misure adottate negli anni, misure che hanno dato risultati lontani dall’essere efficaci.

 

Come il sistema educativo francese fa aumentare le disuguaglianze sociali

LE MONDE | 27.09.2016

Di Mattea Battaglia e Aurélie Collas

Disuguaglianze sociali a scuola, provocate dalla scuola stessa… È questo il risultato a cui è giunto il Conseil National d’évaluation du système scolaire (Consiglio nazionale di valutazione del sistema scolastico – Cnesco), rendendo note, martedì 27 settembre, le conclusioni di circa venti rapporti. Per due anni, è stato mobilitato un intero spettro della ricerca – da sociologi a economisti, da esperti di didattica a psicologi, francesi e stranieri – al fine di prendere in esame il mito delle pari opportunità all’interno del sistema educativo francese e rendere più trasparente i meccanismi che producono l’ingiustizia scolastica. La colpa non è da attribuire all’insegnamento privato, la cui responsabilità era stata sottolineata recentemente dalle nostre colonne da parte dell’economista Thomas Piketty, a ogni modo per quel che riguarda Parigi. E non è colpa nemmeno delle strategie familiari o della crisi economica. Questo ampio lavoro mette in discussione trent’anni di politiche educative che, invece di eliminare le disuguaglianze presenti alla nascita, non hanno fatto altro che esacerbarle. Da qualche anno è ormai noto che: da studente discreto quale era negli anni 2000, la scuola francese è diventata quella che crea più disparità tra quelle dei paesi all’interno dell’Organizzazione per la cooperazione e sviluppo economico (OCSE). L’indagine internazionale PISA, la cui prossima pubblicazione è attesa per dicembre, ce lo ricorda ogni tre anni. Calo dei risultati degli studenti in situazioni più svantaggiate, miglioramento del livello delle élite: il divario aumenta.

 

In discussione la politica delle ZEP

E questa è una peculiarità tutta francese: la maggioranza dei paesi, a cominciare dalla Germania, la Svizzera o gli Stati Uniti, un tempo considerati, anch’essi, creatori di disparità, hanno saputo portare avanti, in questi ultimi quindici anni, politiche volontariste. Incassare lo “Shock Pisa” e trarne le conseguenze. Non è il caso della Francia. La sintesi del Cnesco esprime dettagliatamente una “lunga catena di processi iniqui” che si accumulano e intensificano in ogni fase percorso scolastico: disparità di trattamento, dei risultati, di orientamento, di accesso alla laurea e persino disuguaglianze in materia di inserimento professionale. Tenuti sotto controllo nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria, le discriminazioni esplodono a partire dal collège. È a questo punto del percorso scolastico che gli studenti degli istituti inseriti in contesti più svantaggiati, al termine dell’ultimo anno, hanno acquisito solo il 35% delle competenze attese in francese contro l’80% degli studenti in un contesto privilegiato. Allo stesso punto del percorso scolastico, le possibilità che i primi si iscrivano al lycée général[1] sono dimezzate.

Ecco fatta la diagnosi, quindi. Il Cnesco, però, va oltre, indagando le responsabilità. In primis, la politica delle ZEP ne esce sconfitta. Fondata nel 1981 in base al principio della discriminazione positiva – “dare di più a chi ha meno” – l’éducation prioritaire produce oggi discriminazione negativa: si dà meno a chi ha meno. “All’inizio fu concepita come una misura temporanea, poi c’è stata una estensione del dispositivo, una diluizione delle risorse, con effetti di stigmatizzazione abbastanza forti: non appena un istituto passa nella categoria dell’éducation prioritaire, viene disertato da parte delle famiglie che mandano i figli in un altro collège”, dice in sintesi Georges Felouzis sociologo presso l’Università di Ginevra.

Nell’éducation prioritaire, il numero degli alunni per classe non è sufficientemente ridotto per avere un qualche impatto: solo 1,4 allievi in meno nella scuola primaria; 2,5 alunni in meno al collège. Gli insegnanti, qui, hanno meno esperienza: il 17% ha meno di 30 anni nella scuola secondaria contro il 9% di quelli in scuole al di fuori dell’éducation prioritaire. E molti sono solo di passaggio.

                        

UNA polemica accesa

Cade però un tabù per quanto riguarda la qualità e le ore di insegnamento offerte. Al collège, quindi, gli insegnanti delle ZEP dicono di dedicare il 21% delle ore di scuola a “instaurare e mantenere un clima favorevole”, contro il 16% delle scuole al di fuori dall’éducation prioritarie e il 12% nel privato. Tempo sottratto quindi alla didattica. Le 4 ore di francese settimanali previste dal programma all’ultimo anno del collège diventerebbero 2 ore e 30 nelle  ZEP, 2 ore e 45 fuori dalle ZEP e 3 ore nel privato. Problemi disciplinari ma anche esclusione, assenteismo da parte di studenti e insegnanti gravano sulla gestione del tempo.

Anche dal punto di vista qualitativo, la polemica è accesa. “Gli alunni provenienti da contesti socialmente ed economicamente svantaggiati non hanno accesso alle stesse metodologie pedagogiche degli studenti appartenenti a contesti più favorevoli, sottolinea la sociologa Nathalie Mons, presidente del Cnesco. In matematica, ad esempio, i compiti sono meno ambiziosi, le aspettative ridotte, l’ambiente pedagogico ha un ruolo meno fondamentale”. E questa disparità di trattamento è più importante in Francia che altrove.

Per ridurre lo zoccolo duro di insuccesso scolastico, la Francia ha sempre proposto nel corso del tempo le stesse soluzioni, a prescindere dai governi che si sono succeduti: piani di rilancio dell’éducation prioritaire, misure cosiddette “compensative” o ancora varie forme di aiuto individualizzato. Tali aiuti, scarsamente efficaci, sono stati ciononostante riproposti nel tempo, per mancanza di valutazione, spiega Nathalie Mons.

 

UNA INTEGRAZIONE SOCIALE INESISTENTE

L’organismo che presiede ha stilato una cronologia impressionante: a partire dal “sostegno agli apprendenti” del primo e secondo anno del collège, istituito nel 1977, fino all’“aiuto personalizzato” adottato con la riforma del collège del 2016, passando per “l’aiuto individualizzato” negli anni 1999-2000, l’aiuto allo studio autonomo, etc.  Il limite di questi provvedimenti è che essi funzionano “a margine della scuola e delle ore di lezione, sostiene Cnesco, senza apportare cambiamenti alla vita quotidiana degli studenti e senza trasmettere un’autentica pedagogia differenziata all’interno della classe”. Che pensare di quello che avviene dall’inizio del mandato quando la lotta alle disuguaglianze è stata iscritta nel cuore della legge di rifondazione della scuola nel 2013? Se da un lato il Conseil riconosce orientamenti “incoraggianti” – scolarizzazione dei bambini al di sotto dei 3 anni, nuovi programmi, ore dedicate al lavoro in piccoli gruppi nel collège in seguito alla riforma  – dall’altro rimprovera “una mancanza di attuazione”.

Soprattutto, ogni politica rimarrà poco efficace se “le scuole e i collège più ghettizzati non saranno oggetto di una politica volontaristica di integrazione sociale”, sostiene il Cnesco. Ora, la lotta a favore dell’integrazione sociale resta il grande assente delle politiche scolastiche da trent’anni. E non sono certo le sperimentazioni su piccola scala intraprese alla fine del quinquennio, in una ventina di territori volontari, che saranno in grado di innescare una svolta.

 

 

[1] In Francia il lycée prevede diversi indirizzi ossia generale, tecnologico e professionale

 

 

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