The Guardian – In Inghilterra quasi la metà degli insegnanti intende lasciare la scuola nei prossimi cinque anni

 

Introduzione e traduzione di Barbara Celena

Ogni tanto c’è qualcuno che chiama il nostro mestiere una ‘missione’. Ma è giusto chiedere a dei professionisti laureati e specializzati di accettare stipendi inadeguati, carichi di lavoro esagerati, la burocrazia asfissiante, approfittando della passione e della dedizione che li ha portati a scegliere quella professione?  In Inghilterra sempre più insegnanti hanno deciso di dire basta. Sono bravi, appassionati ma decidono di lasciare la scuola pubblica, dove fare l’insegnante è diventato un lavoro troppo stressante, per andare a lavorare in scuole private, all’estero o anche in altri settori. E in Italia?

Di Liz Lightfoot 26 marzo 2016

https://www.theguardian.com/education/2016/mar/22/teachers-plan-leave-five-years-survey-workload-england?CMP=share_btn_wa

Insegnanti, che in quel momento critico in cui cercano di stare dietro agli esami senza sosta e novità dei piani di studio, hanno già progettato di lasciare il sistema statale in cifre da record, come ha constatato un sondaggio del Guardian, mentre il governo chiede di estendere l’orario scolastico e più matematica.

In Inghilterra il 43% degli insegnanti delle scuole statali intervistati hanno dichiarato di avere intenzione di lasciare la professione nei prossimi cinque anni. Il sondaggio mostra che il reclutamento del personale e la crisi di stabilità del corpo docente , descritta dai ministri come  “allarmismo”, è reale: il 79% delle scuole dicono che fanno fatica ad assumere o trattenere gli insegnanti e l’88% prevede che le cose andranno a peggiorare con evidenti svantaggi per studenti.

Il 43% degli insegnanti in Inghilterra sta pensando di lasciare; il 98% sono sotto una pressione crescente; l’82% dichiara ingestibile il proprio carico di lavoro

I sistemi burocratici usati per annotare i progressi degli alunni e la performance dello staff, più tutto il pesante carico di valutazioni scritte per soddisfare gli ispettori Ofsted (Office for Standards in Education, organismo di vigilanza sulla qualità dell’insegnamento nelle scuole statali in Gran Bretagna N.d.T.), si portano via una buona parte della salute dei lavoratori della scuola e li spingono a scappare in altri settori del privato o all’estero, secondo il sondaggio.

I programmi annunciati dal cancelliere, George Osborne, la scorsa settimana acuiranno la già critica crisi del reclutamento e stabilità dei docenti nelle scuole, sia del tipo academy sia quelle degli enti locali, dicono i portavoce degli insegnanti.  Il governo vuole scuole aperte fino alle 16.30 e finanzierà fino a £285 milioni ad alcune scuole secondarie che estenderanno la giornata scolastica, basato sul sistema ad aste. Il budget annunciava anche un’indagine per controllare la fattibilità per permettere agli studenti di continuare lo studio della matematica fino ai 18 anni.

Un’analisi delle 4.450 risposte al sondaggio, svolto da Guardian teacher network e Guardian jobs, rivela che molti insegnanti in Inghilterra sono in crisi. Quasi tutti – il 98% – dicono che sono sempre più sotto pressione e l’82% descrive come  “ingestibile” il proprio carico di lavoro. Più di tre quarti lavora tra le 49 e 65 ore a settimana. Quasi tre quarti – il 73% – affermano che il loro carico di lavoro sta avendo un notevole impatto sulla loro salute fisica e il 75% sulla loro salute mentale. Soltanto il 12% afferma di avere un buon equilibrio tra vita private e vita lavorativa e solo un terzo pensa che i loro responsabili tengano in considerazione il loro benessere.

Le settimane di 60 ore sono un obiettivo irrealistico: lo rivela la vita lavorativa degli insegnanti

“Lavoro 60 ore a settimana di media e mi sembra ancora di non fare bene il mio lavoro” dice un insegnante. “Se voglio anche una vita oltre al lavoro finisco con l’essere davvero esausta.”

“Voglio soltanto fare quello che amo senza tutte quelle scartoffie e stress” dice un altro.

Mary Bousted, segretario generale dell’ATL (Association of Teachers and Lecturers), dice che i dati interni del sindacato confermano i dati del Guardian: “Questo è il momento peggiore per il reclutamento degli insegnanti dal 2003, anno da cui copro questo incarico,” dice. “Sappiamo che 50.000 insegnanti hanno lasciato il lavoro lo scorso anno, che è l’11% della forza lavoro, e nel 2020 avremo 300.000 alunni in più nelle nostre scuole. È in gran parte dovuto al pericoloso mix di pressioni per la responsabilità, riforma delle qualifiche e programmi, aggravato da messaggi contrastanti da parte del governo.”

Gli insegnanti dicono che anche se le scuole ricevessero più soldi per finanziare lezioni ed attività extra, il personale finirebbe col dover gestire e supportare le attività. “Siamo nel bel mezzo di una crisi del reclutamento e stabilità degli insegnanti, portata avanti, principalmente, da chi insiste su carichi di lavoro ingestibili” dice Julian Critchley, capo del dipartimento di Storia alla London comprehensive. “Quindi la decisione di promuovere l’aspettativa di un orario di lezioni ancora più lungo viene da chi è davvero sordo, persino se si tratta di un governo che ha più volte dimostrato disprezzo per gli insegnanti.”

Le scuole si affidano a personale senza esperienza e ai supplenti, lo studio rivela

Le denunce di carichi di lavoro ingestibili diventano notevolmente più forti nelle scuole statali di tutta l’Inghilterra – scuole primarie e secondarie, academy, degli enti locali e religiose. In Scozia, dove gli insegnanti non hanno subito i vari cambiamenti messi in atto dal governo di Westminster, più raramente descrivono il loro carico di lavoro come ingestibile e ancora meno probabile ritengono la possibilità di lasciare: solo il 22% rispetto al 43% dell’Inghilterra.

La gran parte del carico di lavoro deriva, a detta degli insegnanti, dai continui cambiamenti apportati dalla politica di governo. L’aumento della quantità di dati che gli insegnanti devono annotare per ogni alunno è al secondo posto, seguito dall’ingiusta pressione per l’essere giudicati in base a degli obiettivi irrealistici riguardo ai progressi degli alunni riferiti ai dati nazionali.

Due anni fa l’allora segretario all’Istruzione, Michael Gove, si impegnò a fare pressione sulle scuole statali in modo da raggiungere lo stesso livello delle scuole indipendenti del Regno Unito considerate “le migliori al mondo”.

Ma il sondaggio mostra un divario sempre maggiore nel morale degli insegnanti dei due diversi tipi di scuola; nelle scuole indipendenti gli insegnanti molto più spesso rispondono di essere felici del loro lavoro e raramente si lamentano dei carichi di lavoro ingestibili.

Il successore di Gove, Nicky Morgan, somministrò un sondaggio nell’ottobre 2014 al quale risposero 40.000 insegnanti. Non cambio nulla ma venne a conoscenza del fatto che gli insegnanti sono sovraccarichi di lavoro e lo scorso Luglio ha predisposto tre gruppi di lavoro su valutazione, programmazione delle lezione, e dati sugli alunni, che dovranno concludere i lavori nelle prossime settimane.

l’aspettativa di un orario di lezioni ancora più lungo viene da chi è davvero sordo, persino se si tratta di un governo che ha più volte dimostrato disprezzo per gli insegnanti

Duncan Baldwin, dell’Association of School and College Leaders, dice che spera ci sia ‘succo’ nei rapporti ma crede che il governo debba spostare l’attenzione sulle proprie azioni: “c’è stata una serie di riforme senza precedenti che hanno cambiato la vita dell’insegnante in classe. I piani di studio sono cambiati completamente nella scuola primaria, e le scuole secondarie stanno cercando di far fronte ai cambiamenti del GCSE e livelli A dovendo rifare sia i loro piani di studio sia delle materie opzionali.

“Aggiungeteci l’altissima responsabilità, in particolare col sistema ispettivo dell’Ofsted, ed il blocco agli stipendi degli insegnanti e i tagli ai budget e non ci si meraviglia più che così tanti insegnanti stiano pensando che tutto questo non fa più per loro.”

Gli insegnanti che hanno lasciato le scuole statali per andare a lavorare in quelle indipendenti lo scorso anno dicono che non riuscivano più a sopportare lo stress e il carico di lavoro. Uno di loro, Michael Brownder*, ad esempio, dice che l’ultima goccia fu il nuovo dirigente che chiese a tutto il personale di modificare tutti i loro video di presentazione riportando i colori del logo della scuola cosi che gli alunni avrebbero potuto ricordare dove si trovavano. Cosi l’insegnante, le cui lezioni erano sempre state valutate eccezionali, ha lasciato la scuola statale secondaria di un’area svantaggiata dell’Inghilterra settentrionale lo scorso anno e “molto malvolentieri” si è trasferito in una scuola indipendente. Qui, dice, ha ritrovato l’amore per l’insegnamento. Altri cinque insegnanti di scienze se ne sono andati, insieme a molti altri di altri dipartimenti.

Nella scuola statale stavo iniziando a vedere i bambini come numeri ambulanti , non più come esseri umani

Gohar Avanesjan ha insegnato in alcune scuole a Londra prima di arrivare alla St Nicholas Prep School di Knightsbridge lo scorso Settembre: “Mi sono sempre detta che non avrei mai lasciato le scuole statali perché volevo aiutare chi aveva più bisogno. Ma ero così stressata che la mia salute iniziava a risentirne cosi la mia famiglia mi ha detto che cosi non si poteva andare avanti. Le mie classi facevano bene, ma se c’era solo un alunno che non aveva mostrato progressi allora i dati ufficiali dicevano che io avevo fallito.”

Il numero di alunni per classe è un altro fattore importante. “Insegnavo in una classe di 31 alunni, adesso ne ho 11. La differenza è enorme ma non è il motivo principale per cui sono più felice ora. Nella scuola statale iniziavo a vedere gli alunni come numeri ambulanti, non sembravano più esseri umani. Qui gli insegnanti  si occupano della crescita di ogni singolo alunno e li aiutano a crescere anche come persone. L’obiettivo è il bene dell’alunno, non spuntare una casella per la scuola. Vengo trattata come una professionista, ascoltano il mio parere e mi sento più apprezzata. Qui ti senti dire sempre ‘grazie’”, dice.

Questa lotta ci riguarda

di Silvia Serini

Sembrano passati anni luce da quando la Grecia, le sue complicate vicissitudini interne e il suo contenzioso con l’Unione europea fagocitavano le prime pagine dei quotidiani, dei siti internet e di qualsiasi altro canale di informazione. A seguito del cruciale referendum del 5 luglio 2015, delle dimissioni di Varoufakis e del nuovo corso impresso dall’ex pasionario Tsipras[1], la Grecia è progressivamente scomparsa dalla cronaca e su di essa è calato, inesorabilmente, l’implacabile cappio del dimenticatoio mediatico. Come se ormai, dalla nazione che ha dato forma all’idea stessa di civiltà, non giungessero più notizie degne di questo nome.

Noi di Epicheia non la pensiamo così. E oggi intendiamo dare voce a quella parte del popolo greco che, nel silenzio massmediatico pressoché imperante, sta urlando a gran voce il suo no a un piano sistematico di riassestamento del comparto dell’istruzione che, a guardarlo bene, accentua il classismo, non combatte ma anzi favorisce l’abbandono scolastico, apre troppo alle imprese tagliando i finanziamenti alla cultura e dequalificando l’istruzione[2].

Ma procediamo con ordine. La mobilitazione greca prende forma in un mese come novembre, notoriamente “caldo” dal punto di vista delle agitazioni studentesche, sebbene quest’anno esse fossero partite leggermente in sordina[3]. Ma, complice la sollevazione dei pensionati dello scorso 7 novembre e in vista dello sciopero generale proclamato per il prossimo 8 dicembre[4], la situazione si è presto infiammata. D’altra parte, lo stesso esecutivo aveva contribuito ad accendere la miccia in primo luogo con la rimozione di alcuni ministri, tra i quali quello dell’Istruzione, la cui testa è caduta in quanto promotore della proposta di eliminazione dell’ora di religione. A peggiorare la situazione gli stessi contenuti della riforma alla cui base c’è un’esplicita volontà di riduzione dei finanziamenti a favore della cultura e dell’istruzione. Più nel dettaglio, è nell’introduzione di esami intermedi alle superiori e di un ulteriore sbarramento da superare in vista dell’Università – a cui diventerà possibile accedere solo frequentando i licei – che le migliaia di studenti scesi in piazza scorgono i contorni di un disegno che punta all’elitarismo e alla discriminazione anziché all’inclusione e alla promozione del sapere. Così come contestano l’opzione che consentirebbe a chi comunque abbandona gli studi prima della loro naturale conclusione di ottenere in ogni caso una certificazione. In effetti, se lette in parallelo, le due misure sembrano proprio confermare i timori di quanti non le condividono.

Ancora una volta la Grecia ci è da esempio. Le scelte attuate da un governo ormai assorbito in pieno da un processo di mutazione politica, da «forza della sinistra radicale in partito socialista d’ordine»[5], riecheggiano troppo da vicino certi scellerati pilastri della “nostra” Buona Scuola per lasciarci insensibili rispetto al grido di dolore che ci arriva dal cuore della penisola ellenica. E, in generale, alla lotta di un popolo, quello greco appunto, al quale, oltre che il mare, ci affratellano soprattutto quegli stessi concetti di paideia e di cultura che taluni, da ambo le sponde del Mediterraneo, vorrebbero distruggere. E che noi, al contrario, intendiamo preservare. Con le unghie e con i denti.

[1] http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/06/varoufakis-si-dimette-contrasti-interni-a-syriza-e-pressioni-delleurogruppo-alla-base-delladdio/1846998/
[2] Anche il mondo accademico si sta mobilitando in maniera massiccia con serrate, occupazioni di facoltà e marce di protesta a cui sono seguite azioni repressive da parte delle forze di polizia.
[3] http://www.dinamopress.it/news/proteste-e-scontri-contro-la-riforma-educativa-in-grecia
[4] http://it.euronews.com/tag/manifestazioni-in-grecia
[5] http://contropiano.org/news/internazionale-news/2016/11/09/studenti-greci-buona-scuola-tsipras-085637

La Jornada, Mexico – Almeno 4,1 milioni di bambini messicani senza scuola

Articolo in lingua originale disponibile all’indirizzo http://www.jornada.unam.mx/ultimas/2016/09/21/al-menos-4-1-millones-de-ninos-mexicanos-no-van-a-la-escuela-unicef

traduzione e introduzione a cura di Silvia Serini

 

Un recente rapporto firmato Unicef denuncia il preoccupante stato di esclusione di bambini e adolescenti dai comparti basilari del sistema di formazione e di educazione in Messico. Accanto alle prevedibili diseguaglianze nell’accesso all’istruzione tra popolazione cittadina e rurale e tra classi agiate e povere, a preoccupare, cifre alla mano, è anche il perdurante pregiudizio circa l’inutilità di acquisire un’istruzione, soprattutto a partire dalla tenera età. Un convincimento, ovviamente erroneo e inaccettabile, che si ripercuote negativamente sul sistema stesso, avviluppato in una spirale in cui carenza di risorse, difficoltà materiali e una sensibilità poco sviluppata in materia sembrano farla da padrona.

 

 

 

Città del Messico. Almeno 4,1 milioni di bambini e adolescenti messicani sono esclusi dalla scuola, mentre poco più di 631 mila sono a rischio di abbandono scolastico, secondo una nota del Fondo delle Nazioni unite per l’infanzia (Unicef).

Maggiormente colpiti sono quelli che vivono nei quartieri più poveri, sono gli indigenti, quelli senza qualifiche, che vivono in aree rurali, come ha precisato l’Unicef nella sua nota “Bambine e bambini fuori dalla scuola”.

Durante la presentazione dei risultati, ai quali ha assistito il segretario dell’Educazione di base, Javier Treviño Cantù, Christian Skoog, rappresentante dell’organizzazione internazionale in Messico, ha asserito che garantire il diritto a un’educazione per tutti i bambini e gli adolescenti implica non soltanto permettere che accedano, proseguano e concludano i diversi livelli educativi, ma consentire che raggiungano gli apprendimenti richiesti per condurre una vita degna.

Sulla base delle conclusioni presentate, 3,8 milioni di bambini e adolescenti non risultano iscritti [a nessuna scuola] e circa 260 mila non prendono regolarmente parte al ciclo della formazione primaria.

A ciò si somma il fatto che circa125 mila bambini tra i 13 e i 15 anni che frequentano la primaria sono a rischio di esclusione; poco più di 95 mila tra i frequentanti la secondaria e almeno 420 mila tra i liceali.

Carmen López, responsabile dell’Educazione per Unicef-Messico, ha sottolineto con allarme che è nel primo anno dell’età prescolare e nell’accesso all’educazione media superiore che si concentra la maggiore sfida per garantire l’accesso all’istruzione.

Nel caso dei bambini di 3 anni, coinvolti nel primo grado di istruzione prescolare, si stima che solo il 42% di loro vi acceda.

Tra i principali fattori che sono alla base dello scarso numero di iscrizioni c’è non solo la povertà, ma anche il fatto che molte famiglie ritengono che i bambini sono troppo piccoli per andare a scuola, nche se provengono da classi elevate.

Al contrario, il 50% dei giovani che non accedono al baccalaureato (liceo) hanno alle spalle situazioni di svantaggio economico e di lavoro minorile.

La popolazione più colpita non è solo quella che vive nelle comunità rurali, dato che il 39,3% di coloro che aspirano a frequentare il liceo, pur essendo di fatto escluso, è radicato nelle città.

Da parte sua Treviño Cantú ha assicurato che il governo federale svilupperà programmi di sostegno e di appoggio in favore delle scuole e degli alunni che presentano maggiori livelli di povertà e ha affermato che, a dispetto del taglio preventivo di fondi, si impegnerà a incentivare azioni finalizzate a migliorare l’accesso e l’equità del sistema educativo.

Nella sua presentazione, ha messo in risalto i risultati raggiunti attraverso i programmi di Scuola a tempo pieno, che nel progetto del Preventivo di Spesa della federazione 2017 viene colpito da una riduzione di fondi, così come le misure che si intende attivare con il programma di inclusione e di equità, un altro dei più danneggiati dalla diminuzione di fondi.

(Laura Poy)