Questa lotta ci riguarda

di Silvia Serini

Sembrano passati anni luce da quando la Grecia, le sue complicate vicissitudini interne e il suo contenzioso con l’Unione europea fagocitavano le prime pagine dei quotidiani, dei siti internet e di qualsiasi altro canale di informazione. A seguito del cruciale referendum del 5 luglio 2015, delle dimissioni di Varoufakis e del nuovo corso impresso dall’ex pasionario Tsipras[1], la Grecia è progressivamente scomparsa dalla cronaca e su di essa è calato, inesorabilmente, l’implacabile cappio del dimenticatoio mediatico. Come se ormai, dalla nazione che ha dato forma all’idea stessa di civiltà, non giungessero più notizie degne di questo nome.

Noi di Epicheia non la pensiamo così. E oggi intendiamo dare voce a quella parte del popolo greco che, nel silenzio massmediatico pressoché imperante, sta urlando a gran voce il suo no a un piano sistematico di riassestamento del comparto dell’istruzione che, a guardarlo bene, accentua il classismo, non combatte ma anzi favorisce l’abbandono scolastico, apre troppo alle imprese tagliando i finanziamenti alla cultura e dequalificando l’istruzione[2].

Ma procediamo con ordine. La mobilitazione greca prende forma in un mese come novembre, notoriamente “caldo” dal punto di vista delle agitazioni studentesche, sebbene quest’anno esse fossero partite leggermente in sordina[3]. Ma, complice la sollevazione dei pensionati dello scorso 7 novembre e in vista dello sciopero generale proclamato per il prossimo 8 dicembre[4], la situazione si è presto infiammata. D’altra parte, lo stesso esecutivo aveva contribuito ad accendere la miccia in primo luogo con la rimozione di alcuni ministri, tra i quali quello dell’Istruzione, la cui testa è caduta in quanto promotore della proposta di eliminazione dell’ora di religione. A peggiorare la situazione gli stessi contenuti della riforma alla cui base c’è un’esplicita volontà di riduzione dei finanziamenti a favore della cultura e dell’istruzione. Più nel dettaglio, è nell’introduzione di esami intermedi alle superiori e di un ulteriore sbarramento da superare in vista dell’Università – a cui diventerà possibile accedere solo frequentando i licei – che le migliaia di studenti scesi in piazza scorgono i contorni di un disegno che punta all’elitarismo e alla discriminazione anziché all’inclusione e alla promozione del sapere. Così come contestano l’opzione che consentirebbe a chi comunque abbandona gli studi prima della loro naturale conclusione di ottenere in ogni caso una certificazione. In effetti, se lette in parallelo, le due misure sembrano proprio confermare i timori di quanti non le condividono.

Ancora una volta la Grecia ci è da esempio. Le scelte attuate da un governo ormai assorbito in pieno da un processo di mutazione politica, da «forza della sinistra radicale in partito socialista d’ordine»[5], riecheggiano troppo da vicino certi scellerati pilastri della “nostra” Buona Scuola per lasciarci insensibili rispetto al grido di dolore che ci arriva dal cuore della penisola ellenica. E, in generale, alla lotta di un popolo, quello greco appunto, al quale, oltre che il mare, ci affratellano soprattutto quegli stessi concetti di paideia e di cultura che taluni, da ambo le sponde del Mediterraneo, vorrebbero distruggere. E che noi, al contrario, intendiamo preservare. Con le unghie e con i denti.

[1] http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/06/varoufakis-si-dimette-contrasti-interni-a-syriza-e-pressioni-delleurogruppo-alla-base-delladdio/1846998/
[2] Anche il mondo accademico si sta mobilitando in maniera massiccia con serrate, occupazioni di facoltà e marce di protesta a cui sono seguite azioni repressive da parte delle forze di polizia.
[3] http://www.dinamopress.it/news/proteste-e-scontri-contro-la-riforma-educativa-in-grecia
[4] http://it.euronews.com/tag/manifestazioni-in-grecia
[5] http://contropiano.org/news/internazionale-news/2016/11/09/studenti-greci-buona-scuola-tsipras-085637

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