Ricordando De Mauro tra McLuhan e la 107/2015.

di Marco Colacino  

 

Il 1967 è un anno particolare: i Pink Floyd pubblicano The Piper at the Gates of Dawn, mentre i Beatles annunciano la loro svolta psichedelica con Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Sempre nel 1967 la Grecia vede iniziare la dittatura dei colonnelli, mentre Paolo VI attacca nella sua enciclica Popolorum progressio una umanità oramai presa fin nel midollo da una metamorfosi indotta dal capitalismo e dalle sue false promesse di benessere diffuso.

In Italia, invece, viene pubblicata per la prima volta la traduzione dell’importante volume Understanding Media: The Extensions of Man del filosofo e sociologo canadese Marshall McLuhan con il titolo de Gli strumenti del comunicare. A distanza di qualche anno dalla Galassia Gutenberg – pubblicata in Italia solo nel 1976, dopo quattordici anni dall’editio princeps – che introduce nel linguaggio comune il termine villaggio globale[1], l’autore canadese offre nel suo nuovo testo una analisi di diverse tecnologie e strumenti, viste come reali estensioni fisiche del corpo umano (dalla parola parlata all’automazione, passando per la stampa, la radio, la televisione). Nell’affrontare i diversi strumenti della comunicazione, McLuhan arriva a scrivere dell’automazione[2] come ultimo stadio dello sviluppo assicurato dalla tecnologia elettrica alla società, che si ritroverebbe così ad essere trasformata in una sorta di estensione del sistema nervoso centrale. Sempre nel 1967 in Italia viene pubblicata, poi, l’edizione del Corso di linguistica generale di Ferdinand de Saussure curata da Tullio De Mauro.

In realtà c’è un punto di contatto proprio tra McLuhan e De Mauro che va oltre il dato meramente cronologico delle pubblicazioni sopra elencate: se infatti nel saggio del filosofo canadese si affronta a più riprese il tema dell’istruzione con particolare riferimento all’apprendimento permanente[3] come nuova forma di occupazione della società automatizzata[4], noteremo come proprio il linguista italiano abbia sempre dato molta importanza ai metodi per contrastare il fenomeno di deculturazione caratteristico di larghe fette della popolazione e legato alla fine della frequentazione dei banchi di scuola.

Nei passati giorni di lutto per la sua dipartita, in molti hanno voluto ricordare il De Mauro difensore della scuola pubblica – contrario alla riforma renziana, favorevole alle Lettere Classiche e fautore della tutela del patrimonio culturale del Paese come antidoto alla deriva del contemporaneo. In pochi però hanno voluto focalizzarsi sulla sua opera politica, forse contraddittoria, legata proprio all’istruzione ed alla sua frequentazione con il think tank TreeLLLe[5] – ai cui lavori hanno contribuito anche altre personalità del calibro di Umberto Eco, Umberto Veronesi, Luigi Berlinguer – che nel recente passato ha fatto molto parlare nel mondo della scuola per le posizioni espresse proprio in relazione al processo di approvazione della Legge 107/2015.

L’associazione si occupa di scuola (si definisce sul proprio sito web come una lobby trasparente) ed è stata formata nel 2001 da alcuni imprenditori italiani tra i quali Fedele Confalonieri (presidente Mediaset), Luigi Maramotti (proprietario dei marchi Max Mara e Marella), Pietro Marzotto (con interessi nel tessile e nella gastronomia), Attilio Oliva (responsabile scuola di Confindustria fino al 2000), Marco Tronchetti Provera (Telecom Italia e Pirelli). TreeLLLe gode, inoltre, di finanziatori di spicco tra i quali figurano Compagnia di San Paolo di Torino (legata alla banca Gruppo Intesa-San Paolo), Monte Paschi Siena, Fondazione Cariplo (precedentemente legata alla Cassa di Risparmio delle Province Lombarde e poi a Intesa-San Paolo), Unicredit. Nell’ambito del processo di discussione ed approvazione della 107/2015 TreeLLLe è stata decisa sul da farsi sin dal 2014, come emerge da una memoria inviata dall’associazione al MIUR[6]: proseguire il percorso dell’autonomia scolastica; legare le assunzioni dei precari alla stessa legge di riforma dell’intero comparto scolastico (un colpo alla botte ed uno al cerchio); stabilire la mobilità extraregionale per i precari assunti con la Buona Scuola; combattere la supplentite attraverso ritorsioni legate al CCNL relative alle assenze per maternità, salute ed handicap; rafforzamento del potere dei dirigenti scolastici; chiamata diretta; introduzione dell’Alternanza Scuola-Lavoro; aumento dell’orario di lavoro; copertura delle supplenze brevi con docenti interni. Nel 2015, invece, a legge non ancora approvata, una audizione al Parlamento della stessa TreeLLLe[7] ha posto l’accento sugli aspetti positivi dei lavori parlamentari, quasi una sorta di invito a mantenere la rotta nell’approvazione dell’allora disegno di legge senza operare quelle modifiche richieste da insegnanti e studenti dopo mesi di manifestazioni. Il sostegno alla Buona Scuola non è venuto meno nemmeno dopo l’approvazione della 107/2015, come testimoniato dall’articolo pubblicato da Attilio Oliva sul Sole24Ore[8] che ha portato il sito Roars[9] a smontare pezzo per pezzo quella che sembra una vera e propria opera di propaganda legata alla riforma della scuola.

Una domanda sorge dunque spontanea: come mai De Mauro – che pure ha avversato con forza la riforma del Governo Renzi[10] – non ha preso posizione contro il think tank di cui faceva parte e che invece ha insistito proprio sugli aspetti sui quali i rilievi di De Mauro sono stati più incisivi? Qualcuno potrebbe pensare al vezzo del presenzialismo di molti intellettuali, mentre altri – forse un po’ “cattivi” – potrebbero pensare ad una scelta deliberata, legandola cioè all’attività del De Mauro come Ministro dell’Istruzione nel Governo Amato II, attività che potrebbe porsi come un tassello del mosaico trentennale di depauperamento della scuola pubblica. Nel 2000, infatti, proprio nel periodo in cui De Mauro occupò il dicastero di viale Trastevere, si cercò senza successo di ridurre da otto a sette gli anni del primo ciclo d’istruzione[11], mentre la Commissione preposta alla riforma dei curricoli[12] arrivò persino a proporre una riduzione degli anni di insegnamento di storia previsti che venne fortemente avversata da diversi docenti delle scuole e delle università[13]. Del resto proprio la sua riforma dei curricoli è stata vista da alcuni come una chiara prosecuzione della Riforma Berlinguer[14] ed ha portato diversi osservatori a criticare tutto il processo di lenta trasformazione della scuola italiana, visto come tentativo di aggredire il valore e la funzione della istituzione scolastica stessa corrompendola in maniera irreversibile[15].

[1] Riferito all’abbattimento delle frontiere nazionali legato al lancio del primo satellite Telstar, utilizzato per le prime telecomunicazioni satellitari.
[2] McLuhan, Marshall, 1964, Understanding Media: The Extensions of Man (tr. it. Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano, 1967, pp. 309-319).
[3] Il concetto è entrato con forza nel mondo dell’istruzione italiano, tanto che in una indagine sul rinnovamento della scuola italiana di inizio anni Duemila e presente in un numero degli Annali della Pubblica Istruzione si scrive esplicitamente che con il volgere del tempo: «(…) la formazione non è stata più circoscritta al solo periodo di accesso alla professione, ma è stata estesa, divenendo un elemento permanente incorporato nell’attività professionale; la distinzione tra occupazioni manuali e occupazioni intellettuali ha cominciato ad apparire come priva di senso, di fronte all’imporsi di figure professionali articolate e complesse capaci di fondere in sé k n o w – k n o w operativi, manualità e progettualità; i confini tra una professione e l’altra si sono rivelati sempre più deboli e indefiniti. Sono cambiati anche i criteri di selezione, privilegiando soggetti orientati verso professionalità aperte e fluide e quindi dotati di un insieme complesso di prerogative (…)». – Annali della Pubblica Istruzione, n. 90/2000, p.45.
[4] Scrive McLuhan infatti che non solo il futuro sarà caratterizzato dall’abbattimento delle dicotomie tra tecnologia e cultura, arte e commercio, lavoro e tempo libero – tanto da far apparire come superata la distinzione del curriculum in varie materie nel campo dell’insegnamento –  ma che addirittura il lavoro del futuro sarà l’apprendimento retribuito, visto che la società verrà agita da quelli che nel suo testo vengono definiti raccoglitori di conoscenza .
[5] Il rimando al Long Life Learning e dunque all’apprendimento permanente è esplicito.
[6] http://www.treellle.org/una-memoria-dellassociazione-treellle-sul-progetto-la-buona-scuola-novembre-2014 .
[7] http://www.treellle.org/treellle-invitata-unaudizione-sul-ddl-la-buona-scuola-camere-del-parlamento-riunite-il-testo .
[8] http://www.scuola24.ilsole24ore.com/art/scuola/2015-07-08/la-bufera-scuola-italiana-quel-che-nessuno-vi-ha-detto_-191051.php?uuid=ACaudDO .
[9] http://www.roars.it/online/treellle-una-lobby-con-le-gambe-corte/ .
[10] Si vedano http://temi.repubblica.it/micromega-online/de-mauro-%E2%80%9Cla-buona-scuola-da-bocciare-e-non-chiamatela-riforma%E2%80%A6%E2%80%9D  e http://www.corriere.it/scuola/primaria/15_maggio_21/riforma-scuola-tullio-de-mauro-ffb4aa24-ffa5-11e4-8e1b-bb088a57f88b.shtml .
[11] Questa ossessione per la riduzione degli anni di scuola non ha mai abbandonato la politica e l’impresa italiane, tanto che proprio uno degli ultimi atti di Stefania Giannini come Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca del Governo Renzi è stato il placet per la sperimentazione del “liceo breve” che ha ridotto da cinque a quattro gli anni di Scuola secondaria di secondo grado in alcuni istituti pilota.
[12] Obiettivo era passare da un modello caratterizzato da programmi stabiliti dal Ministero con il docente come semplice medium per la trasmissione del sapere ad uno fondato sulla flessibilità dei curricoli, con alcune indicazioni nazionali da recepire che hanno iniziato a trasformare il docente stesso in uno strano ibrido a metà tra l’insegnante ed il piccolo burocrate. Il curricolo stesso, d’altronde, era stato programmato per superare la distinzione tra sapere e saper fare – ovvero per pervenire ad una interrelazione tra competenze molto simile a quella tracciata da McLuhan – anche attraverso una sua essenzializzazione, ovvero non lo studio estensivo di molti contenuti, ma lo studio intensivo e approfondito di minori elementi.
[13] http://www.storiairreer.it/sito_vecchio/Materiali/Manifesto33.htm .
[14] Legge 30/2000 pubblicata al n. 44 della Gazzetta Ufficiale del 2000, http://www.gazzettaufficiale.it/do/ricerca/pdf/serie_generale/3?resetSearch=true.
[15] È il caso dell’ex giornalista di Repubblica, Manifesto e Unità Mino Fuccillo in un suo articolo fortemente critico nei confronti dei lavori ministeriali di Luigi Berlinguer e Tullio De Mauro, scritto per Blitz Quotidiano e disponibile al link http://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/scuola-berlinguer-de-mauro-pentiti-lobotomizzato-859236/ .

Brutta aria dal Bosforo

di  Silvia Serini

 

A metà esatta tra Europa e Asia, mai come in questo periodo la Turchia sembra essere al centro degli scenari politici internazionali. Complice l’ennesima strage perpetrata dai terroristi dell’Isis a Capodanno[1], la Turchia dell’inflessibile Erdogan, tanto per i legami che da sempre la uniscono all’alleato statunitense, quanto per l’ostilità dichiarata alla Russia di Putin, drammaticamente accresciutasi a seguito dell’infinita guerra in Siria e dei non meno sinistri episodi che hanno acuito la tensione tra i due Stati[2], è diventata un soggetto politico di primo piano.

Le intricate vicende che ne fanno un vero e proprio ago della bilancia degli equilibri globali non devono farci dimenticare le tante problematiche che travagliano, anche internamente, il Paese sul Bosforo. Già durante le intense giornate del maggio 2013[3], la reazione dura e spropositata delle forze governative contro i pacifici manifestanti di un corteo che difendeva il Gezi Park dal progetto dell’esecutivo che avrebbe voluto farne un centro commerciale permise al mondo di vedere con quali mezzi Erdogan intendeva confrontarsi con chi esternava legittimamente il proprio dissenso e, dall’altra, quanto profondo fosse il malessere di una buona fetta della popolazione turca nei confronti di chi li governava e delle riforme che attuava. Una delle più indigeste fu quella relativa al comparto dell’istruzione che sfociò in un’altra serie di scontri tra manifestanti e forze di polizia nell’ottobre-novembre del 2013[4] allorché, a fronte del richiamo alla piazza promosso dai due principali sindacati nazionali contro il disegno “riformatore” di Erdogan – mirante a prosciugare i fondi alle scuole laiche per dirottarli verso istituti religiosi radicali con l’intento, denunciato da molti, di riplasmare in senso islamico la Turchia –, le autorità hanno risposto con inaudita violenza[5].

Scene che, purtroppo, si sono ripetute con puntuale cadenza ogni volta che i lavoratori del settore educativo, e non solo, hanno provato in questi anni a urlare il loro NO contro un progetto che punta senza troppi infingimenti a fare della Turchia uno Stato in cui è sistematicamente in atto una campagna di re-islamizzazione che, proprio per le sue aspirazioni totalizzanti e antidemocratiche, coinvolge tutti gli aspetti della vita sociale degli individui a partire da quello, ovviamente strategico, della scuola e dell’Università. A confermare l’aria tutt’altro che libertaria che da tempo ormai soffia sulla Turchia, oltre al proposito di una direttrice di un liceo di Antalya che ha caldeggiato la creazione di veri e propri “gruppi di molestie” contro le studentesse ree di indossare minigonne e di vestirsi in maniera indecente[6], sono arrivati anche altri fatti, a cui va aggiunto il singolare e fallito colpo di stato dello scorso 15 luglio che, al di là dell’esito in sè, ha ribadito, nelle sue conseguenze pratiche (che in sostanza coincidono con un ulteriore rafforzamento di Erdogan), ancora una volta quanto liberticida sia la strada lungo la quale la Turchia si è incamminata. Nonostante questo, studenti e docenti hanno continuato a protestare andando incontro ad autentici e arbitrari atti di sopraffazione, sia fisica in senso stretto sia in senso lato, ben sapendo che la posta in gioco era non solo la loro incolumità come persone ma anche la possibilità di esercitare liberamente e dignitosamente la propria professione. Le denunce di abusi e di condanne contro chiunque esprima dissenso, l’ostracismo nei confronti di chi è bollato come simpatizzante del gruppo dell’oppositore Fethullah Gülen e la lista infinita di espulsioni dagli atenei di professori “non allineati” ne costituiscono triste ed emblematica testimonianza[7].

La fine del 2016 ha coinciso per docenti e studenti turchi con una tenaglia reazionaria senza pari fatta di sentenze di colpevolezza, repressione di manifestazioni di protesta, limitazione preventiva di ogni forma di organizzazione e di movimento non autorizzati, incarceramenti facili, intromissioni governative nella nomina dei rettori di ateneo[8]. Una tenaglia che, a giudicare da quanto intravisto in questo primo squarcio del 2017, non sembra purtroppo destinata ad allentarsi.

[1] http://www.repubblica.it/esteri/2017/01/01/news/istanbul_attacco_armato_ad_un_night_club_vittime_e_feriti-155199540/
[2] Tra i tanti, mi limito a citare i due che più hanno avuto risonanza internazionale: http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-11-24/caccia-russo-abbattuto-turchi-siria-avrebbe-violato-spazio-aereo-091625.shtml?uuid=ACs5sBgB ; http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/12/19/turchia-spari-contro-lambasciatore-russo-ankara-e-stato-ucciso/3270373/
[3] http://www.balcanicaucaso.org/Dossier/Turchia-la-rivolta-di-Gezi-Park
[4] http://archivio.internazionale.it/news/tmnews/2013/10/21/turchia-blindati-polizia-contro-protesta-studenti-ad-ankara
[5] http://www.chicago86.org/lotte-in-corso/europa/turchia/530-ankara-insegnanti-in-piazza.html; http://www.lettera43.it/it/articoli/cronaca/2013/11/23/ankara-scontri-al-corteo-degli-insegnanti/104578/
[6]http://www.repubblica.it/esteri/2015/02/19/news/turchia_direttrice_scuola_propone_gruppi_di_molestie_contro_le_minigonne-107701830/
[7] https://altreconomia.it/professori-studenti-la-repressione-del-dissenso-turchia/
[8] http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/rubriche/cronaca/2016/11/14/turchia-nomina-rettore-pro-erdoganscontri-studenti-polizia_88791f25-2b58-4d3e-8dfe-84da44a69dc0.html

BFM Tv – Sempre più insegnanti si dimettono: “La scuola pubblica mi ha fatto odiare questa professione”

(Introduzione e traduzione a cura di Rosalba Applauso)

Il burnout è generalmente definito come una sindrome di esaurimento emotivo, di depersonalizzazione e derealizzazione personale, che può manifestarsi in tutte quelle professioni con implicazioni relazionali molto accentuate (possiamo considerarlo come un tipo di stress lavorativo). Generalmente nasce da un deterioramento che influenza valori, dignità, spirito e volontà delle persone colpite.[1]

Tra le professioni in cui svolge un ruolo preponderante proprio la sfera relazionale, vi è senza dubbio la professione docente.  In uno studio del dottor Lodolo D’Oria, medico e autore di molti studi sul burnout tra cui Burnout e patologia psichiatrica negli insegnanti, viene, infatti, evidenziato che  la categoria degli insegnanti è sottoposta a numerosi stress, a causa di una serie di fattori riguardanti, tra l’altro, la peculiarità della professione (rapporto con studenti e genitori, classi numerose etc.), la maggiore partecipazione degli studenti alle decisioni e il susseguirsi continuo di riforme[2].

Mentre in altri Paesi si sta prendendo coscienza del problema e di conseguenza si stanno attuando contromisure, in Italia né il Miur né i sindacati paiono aver davvero compreso la reale portata della questione, nonostante esistano forme di tutela del lavoratore, come il Testo unico dei lavoratori che all’articolo 28 del D. Lgs. 81/08 impone ad ogni datore di lavoro di adoperarsi, assieme agli organi di competenza, per valutare i rischi dello stress-lavoro, predisporre un documento e, di conseguenza, delle azioni per contrastare problema del burnout . In Francia assistiamo a una crescita elevata del numero delle dimissioni sia tra insegnanti di ruolo sia tra insegnanti tirocinanti e a una forte percentuale dei casi di suicidio ma parallelamente anche a una maggiore consapevolezza del problema che ha spinto alcuni sindacati alla creazione di una piattaforma online per fornire assistenza ai docenti in situazione di stress. In questo e nei prossimi numeri, ci occuperemo del problema, delle cause e delle eventuali misure adottate dal sistema scolastico francese.

[1] http://www.psicologiadellavoro.org/?q=content/burnout
[2] Lo studio Burnout e patologia psichiatrica negli insegnanti è interamente consultabile all’indirizzo internet http://www.edscuola.it/archivio/psicologia/burnout.pdf

P. Gril con Benoît Ballet

02/01/2017 à 06h52

Il numero di insegnanti di ruolo che si dimettono dall’incarico nella scuola pubblica è aumentato del 50% in quattro anni, secondo un rapporto pubblicato a novembre. RMC ha incontrato Nora, une docente della scuola di infanzia e primaria di 27 anni, che racconta ciò che l’ha spinta a lasciare l’insegnamento.

Sono in forte aumento gli insegnanti che se ne vanno sbattendo la porta dell’aula. Secondo i dati pubblicati in un rapporto sul bilancio della Pubblica Istruzione, il numero di dimissioni è in forte crescita dal 2012, sia tra gli insegnanti tirocinanti sia tra quelli di ruolo. In quattro anni, il numero di dimissioni tra gli insegnanti tirocinanti è triplicato nella scuola dell’infanzia e primaria e raddoppiato nella secondaria. Un trend confermato anche tra gli insegnanti di ruolo (+ 50% in quattro anni).

Secondo l’autore del rapporto, pubblicato il 24 novembre scorso, il ministero non ha fornito spiegazioni. Tra le spiegazioni chiamate in causa: la perdita di credibilità della professione docente, la mancanza di remunerazione o anche la cattiva distribuzione degli insegnanti nelle académies (i giovani docenti sono spesso destinati a Istituti di istruzione in contesti delicati)

“Gli alunni ti insultano e i genitori ti considerano una bugiarda”

RMC ha incontrato Nora, giovane insegnante di scuola dell’infanzia e primaria di 27 anni, che ha deciso di non tornare più in classe e di abbandonare la professione. “La pubblica istruzione, il sistema attuale sono riusciti a farmi odiare la professione”, dichiara mantenendo l’anonimato. Racconta: “Chiedi a un ragazzo di stare buono e lui ti insulta alle spalle. Insulti che possono essere gravissimi. Quando lo comunichi ai genitori, sai già che ti tratteranno come una bugiarda. Ho comunque avuto momenti felici nella mia professione, superati, però da quelli di sofferenza”.

Nora non riusciva più a capire le decisioni dei suoi superiori. “Cambiano continuamente metodo di valutazione, pagelle. Il modo in cui siamo formati, il modo in cui ci mettono in classe. Perché ci mettono in una classe… Non ci affidano una classe, ci mettono nelle classi. Non sono l’unica, ho conosciuto molti colleghi che hanno avuto la depressione, che hanno lasciato. È questa la cosa grave oggi”.

“Abbiamo avuto casi di suicidio”

Di fronte a questa situazione, Albert-Jean Mougin, vice presidente del Sindacato nazionale delle scuole secondarie di primo e secondo grado, invita a un sussulto della Pubblica Istruzione. “Il numero di persone che vuole dimettersi è in crescita, analogamente al numero di quelli che stanno soffrendo. Abbiamo avuto casi di suicidio. Bisogna trovare soluzioni adesso!”. Il Sindacato ha creato una piattaforma online per consentire agli insegnanti in difficoltà di ottenere un’assistenza individuale.

The Guardian – Gli esperti chiedono delle linee guida ufficiali sull’utilizzo degli schermi elettronici da parte dei bambini

Introduzione e traduzione di Barbara Celena

 

A distanza di 10 anni un gruppo di alcuni tra i più prestigiosi psicologi, pedagogisti ed esperti dell’età evolutiva del Regno Unito si appella alle autorità perché venga regolamentato l’utilizzo di dispositivi elettronici nell’infanzia.

L’uso, e l’abuso, di tecnologia da parte delle nuove generazioni spaventa non solo le nonne premurose che hanno cresciuto i propri figli centellinando le ore davanti alla TV; anche gli esperti psico-pedagogisti hanno paura di tutta questa tecnologia e in questa vedono “la” causa delle più diffuse patologie dei bambini moderni.

Se lavorate in una scuola con classi “generazione web” avrete senz’altro raccolto anche voi dubbi e perplessità da parte di colleghi sulla necessità di inserire forzatamente gli strumenti elettronici nella normale attività didattica. Chi è anche genitore poi avrà raccolto opinioni anche totalmente discordanti in materia ovunque: nel gruppo whatsapp delle mamme, nelle guide di pedagogia, e nei documenti disponibili in rete.

Personalmente io ritengo che come per tutte le cose ci voglia moderazione. Delle linee guida forse aiutebbero insegnanti e genitori a capire qual è il limite tra bambino moderno e bambino avvelenato dalla modernità.

E voi gradireste delle linee guida a cui far riferimento o pensate siano un’inutile ingerenza?

Di Sally Weale, The Guardian, 25 Dicembre 2016

Pedagogisti, psicologi, e scrittori chiedono inoltre un ministero dedicato all’infanzia che si occupi dell’infanzia “avvelenata”

https://www.theguardian.com/society/2016/dec/25/experts-call-for-official-guidelines-on-child-screen-use

Un gruppo di autori, pedagogisti ed esperti dell’età evolutiva chiede al governo di introdurre delle linee guida nazionali sull’utilizzo di schermi di dispositivi elettronici a causa dei timori legati all’impatto sulla salute mentale e fisica dei bambini.

È solo una di una serie di misure elencate in una lettera al Guardian[1] che mette in evidenza ciò che viene descritta come un’infanzia sempre più ‘intossicata’, e a firma di 40 personalità di primo piano, inclusi lo scrittore Philip Pullman, l’ex arcivescovo di Canterbury Rowan Williams, la psicoterapeuta Susie Orbach e l’esperta di assistenza all’infanzia Penelope Leach.

La lettera sollecita il governo alla creazione di un ministero dedicato all’infanzia, con responsabilità specifica di controllo di tutte le politiche emanate dal governo in modo da controllarne l’impatto sulla salute e benessere dell’infanzia.

Chiede lo sviluppo di programmi educativi per i bambini dai 3 ai 7 anni, con particolare enfasi sullo sviluppo emozionale e sociale ed il gioco all’aperto; dice inoltre che sono necessarie delle linee guida sull’utilizzo degli schermi di dispositivi tecnologici da parte dei minori di 12 anni, tracciate da autorità riconosciute in materia di sviluppo e salute infantile.

Sono passati 10 anni da quando il gruppo mandò la sua prima lettera alla stampa, esprimendo preoccupazione per il modo in cui la salute ed il benessere infantili venivano minate dal “declino dei giochi all’aperto, stili di vita sempre più tecnologici, un sistema scolastico iper-competitivo, e l’incessante mercificazione dell’infanzia”.

Da allora, dicono, l’attività politica è stata “incerta, circoscritta, slegata ed inefficace”, ed obesità e problemi di salute mentale tra i giovani si sono avvicinate ai livelli di guardia.

“Se da una parte i bambini devono sviluppare l’autoregolazione e la resilienza emotiva richiesta per crescere sani in una civiltà moderna e tecnologica, hanno anche bisogno di un coinvolgimento più pacato con adulti premurosi e tanti giochi all’aperto in autonomia, soprattutto nei primi anni d’età (0-7 anni),” prosegue la lettera.

“In mancanza di un’azione concertata, la salute fisica e mentale dei nostri bambini continuerà a deteriorare, con risultati a lungo termine per la società britannica onestamente inaccettabili.”

Tra i firmatari c’è Sue Palmer, l’autrice di Toxic Childhood[2] (2006) che insiste sull’ansia dei genitori che devono crescere i figli nel mondo moderno; il consulente psicopedagogista Richard House; il professore di pedagogia Robin Alexander; il direttore del programma benessere del centro per i risultati economici della London School of Economics, Richard Layard; l’ex commissario della London Sir Tim Brighouse, lo scrittore e psicologo Steve Biddulph ed un’ex  promotore statale per la salute mentale Natasha Devon.

Non tutti sottoscrivono la visione catastrofica dell’infanzia moderna e l’ambiente “velenoso” in cui i bambini crescono. Studi recenti suggeriscono che i dispositivi elettronici incoraggiano i bambini delle famiglie più povere a leggere e che ci potrebbe essere un collegamento positivo tra i giochi al computer e buoni risultati accademici.

Ad ogni modo, Palmer, presidente della Upstart Scotland, campagna che introduce una pedagogia in stile scuola materna per i minori di 7 anni, dice: A parte i bisogni primari materiali, come il cibo ed una casa, ci sono due ingredienti essenziali alla sopravvivenza dei bambini e che li renda competitivi nel futuro: amore e gioco.

“Ma il consumismo incoraggia gli adulti a confondere entrambi con beni che si possono acquistare nei negozi. Siamo anche diventati ossessionati dal voler insegnare ai bambini tutto quello che hanno bisogno di sapere. Ma non si possono insegnare cose come l’auto regolazione e la resilienza – devono svilupparli attraverso l’esperienza personale.”

House dice: “Non è uno scandalo che i politici non abbiano fatto praticamente niente per l’infanzia ‘avvelenata’ come Sue Palmer segnalò per prima nel suo libro rappresentativo sull’argomento una decina di anni fa. In effetti la situazione è ora peggiorata, con problemi comportamentali e di salute mentale dell’infanzia a livelli record.

“Non è più tempo di andare coi piedi di piombo verso la politica, è tempo di costringerli a fare qualcosa di concreto e significativo – o gli storici in futuro guarderanno alla nostra epoca come quella dell’abuso sui minori da parte dei politici.”

La dott.ssa Sharie Coombes, una psicoterapeuta infantile e della famiglia, era dirigente in una scuola primaria quando è uscito il libro della Palmer, arricchendo le politiche dei primi anni in cui si sentiva “male informata, oltraggiosa e pericolosa per il benessere, l’autostima e la mentalità verso l’apprendimento a lungo termine dei bambini”.

“Dieci anni dopo sono una psicoterapeuta infantile e della famiglia che aiuta a raccogliere i pezzi dei bambini emotivamente distrutti, costretti a subire un ambiente d’apprendimento troppo stressante e carico di politiche dannose.

“Non possiamo stare a guardare e tollerare questi abusi quando abbiamo altri modelli internazionali a cui far riferimento che dimostrano come si possano raggiungere risultati eccellenti ed avere giovani in buona salute mentale che tengono alla loro istruzione.”

Lettera al Guardian

L’esposizione abituale agli schermi luminosi nuoce alla salute dei nostri bambini

https://www.theguardian.com/education/2016/dec/25/screen-based-lifestyle-harms-health-of-children

The Guardian, Letters, 25 Dicembre 2016, traduzione a cura di Barbara Celena

Una decina di anni fa i primi firmatari della lettera pubblica sull’infanzia ‘avvelenata’ descrivevano la salute ed il benessere dei bambini a rischio a causa della riduzione del gioco all’aperto e della crescita dell’utilizzo quotidiano di dispositivi tecnologici, sistemi scolastici iper-competitivi e l’incessante commercializzazione dell’infanzia.

Sebbene l’opinione pubblica appaia sempre più preoccupata, le decisioni politiche che si sono susseguite sono state incerte, circoscritte, slegate ed inefficaci. I suddetti fattori continuano ad influire negativamente sui bambini, e che con ‘scuola e divertimento’ sostituiscono il gioco autonomo, attivo ad una sempre più tenera età. Problemi della salute fisica come l’obesità sono in crescita, e problemi di salute mentale tra i bambini e gli adolescenti si avvicinano a livelli di guardia. Oltre al disagio causato alle famiglie, ci sono ovviamente delle conseguenze economiche e sociali a lungo termine per l’intera società.

Se da una parte i bambini devono sviluppare l’autoregolazione e la resilienza emotiva richiesta per crescere sani in una civiltà moderna e tecnologica, hanno anche bisogno di un coinvolgimento più pacato con adulti premurosi e tanti giochi all’aperto in autonomia, soprattutto nei primi anni d’età (0-7 anni). Quindi sollecitiamo il governo ad agire tempestivamente come segue:

  • Lo sviluppo di un approccio coerente e comprovato nell’assistenza ed educazione del bambino dal periodo prenatale fino ai 7 anni di età, incluso un approfondimento all’asilo o a scuola per i bambini dai 3 ai 7 anni allo scopo di incrementare lo sviluppo sociale ed emozionale ed il gioco all’aperto.
  • Linee guida nazionali riguardo agli schermi dei vari dispositivi elettronici da parte di minori di 12 anni, promulgate da autorità riconosciute per la salute e lo sviluppo del bambino.

Ci raccomandiamo inoltre affinché venga nominato un Ministro all’Infanzia, che rimanga in carica per l’intera durata del governo, che vagli tutte le politiche di governo e il loro impatto sulla salute e il benessere dei bambini; o almeno la creazione di una conferenza permanente apartitica sulla salute e benessere dei bambini, che si riunisca e riferisca regolarmente al parlamento.

In mancanza di un’azione concertata, la salute fisica e mentale dei nostri bambini continuerà a deteriorare, con risultati a lungo termine per la società britannica onestamente inaccettabili.

Sue Palmer autrice di Toxic Childhood e presidente di Upstart Scotland
Dr Richard House Consulente pedagogico, direttore di Too Much, Too Soon?
Dr Sharie Coombes psicoterapeuta infantile e della famiglia; ex dirigente di scuola primaria
Dr Robin Alexander Professore emerito di Pedagogia, presidente del the Cambridge Primary Review Trust
Professor Lord Layard Direttore,  Wellbeing Programme, Centre for Economic Performance, London School of Economics & Political Science
Baroness Susan Greenfield Neuroscienziato ricercatrice
Rowan Williams Magdalene College, Cambridge
Philip Pullman Scrittore
Naomi Eisenstadt
Tim Brighouse
Richard Bowlby Tutor Teoria dell’attaccamento
Christopher Ball Ex presidente dello Wave Trust, autore di Start Right: Importance of Early Learning
Anthony Seldon scrittore e vice cancelliere dell’Universitò di Buckingham
Jonathon Porritt direttore e fondatore di Forum for the Future
Susie Orbach
Oliver James Psicologo libero professionista, psicoterapista relazionale
Kevin Courtney Segretario generale, National Union of Teachers 
Neil Leitch CEO, Pre-school Learning Alliance
Theresa Casey Presidente, International Play Association
Gareth Wyn Davies CEO, Forest School Association
Penelope Leach Ricercatrice senior onoraria, Tavistock & Portman NHS Trust
Neil Roskilley CEO, Independent Schools Association
Professore Emerito Janet Moyles Consulente pedagogico prima infanzia
Professor Guy Claxton Professore emerito scienze dell’apprendimento, autore di Building Learning Power
Professor Pat Preedy Movement for Learning project, Loughborough University
Professor Richard Pring Ex direttore, Department of Education, University of Oxford
Sami Timimi Professore di psichiatria infantile e miglioramento della salute mentale, University of Lincoln
Colwyn Trevarthen Professore (emerito) di psicologia infantile e psicobiologia, University of Edinburgh
Wendy Ellyatt CEO, Save Childhood Movement
Natasha Devon Attivista, ex promotore statale per la salute mentale e co-fondatore del Self-Esteem Team
Professor Steve Biddulph Psicologo e autore 
Professor Jayne Osgood Middlesex University
Dr Sue Gerhardt Autrice di Why Love Matters
Wendy Scott Ex consulente Ministero all’Istruzione
Andrew Samuels Professore di Psicologia analitica, University of Essex; ex presidente, UK Council for Psychotherapy
Professor Del Loewenthal Direttore, Research Centre for Therapeutic Education, University of Roehampton
Professor Karin Lesnik-Oberstein Direttrice del Graduate Centre for International Research in Childhood: Literature, Culture, Media
Anne Alvarez Consulente psicoterapeuta infanzia ed età evolutiva
Dr Graham Music Consulente psicoterapeuta infanzia ed età evolutiva, Tavistock & Portman NHS Foundation Trust
Dr David Whitebread Homerton College, University of Cambridge

 

[1] Ndt: La traduzione del testo completo della lettera viene riportata in coda alla traduzione dell’articolo

[2] NdT: Infanzia Avvelenata, il libro non è stato tradotto in Italiano