La sindrome cilena: istruzione ed educazione tra un passato che non passa e un presente che non può diventare un modello

di Silvia Serini

Quando si parla di istruzione nei paesi dell’America latina, di solito, escludendo Cuba e il suo sistema che hanno una storia a parte, per tutte le altre nazioni si tende, in maniera tanto semplicistica quanto arbitraria, a livellare il discorso su un generale stato di bassa alfabetizzazione, significative percentuali di analfabetismo, scarsa qualità del sistema e investimenti poco consistenti. L’unico Stato che sembra sfuggire a tale generalizzazione è il Cile che, dati alla mano, in effetti, sotto tale profilo, presenta degli aspetti di indubbia specificità[1].

Già negli anni Sessanta, il Cile aveva un sistema che garantiva l’obbligatorietà dell’istruzione nel segmento della scuola primaria, con una tradizione di alta scolarizzazione che risulta forte ancora oggi. Il quadro in questione subì un vero e proprio sconvolgimento di base grazie alla riforma che a partire dal 1979 ridefinì sin nelle sue basi e soprattutto nei suoi postulati, teorici e pratici, il settore educativo. Le linea guida di un tale impianto – che il Cile, terra di sperimentazione delle tesi neoliberiste in ogni campo, a partire dalle teorie di Friedman[2], andava attuando con il pieno sostegno del “tutore” statunitense – erano due: decentramento e privatizzazione[3].

In sostanza, tenendo ben fermo l’obiettivo di una drastica riduzione delle risorse in istruzione – ovvero non sono finanziamenti e spese in generale ma anche i salari dei docenti – il piano prevedeva che l’amministrazione delle singole istituzioni scolastiche passasse dallo Stato ai Comuni, il che concretamente significava che erano questi ultimi a scegliere se optare per la gestione diretta o per la privatizzazione, caldeggiata dalla possibilità offerta ai privati di aprire scuole con scopo di profitto. L’altro asse portante della riforma riguardava il finanziamento. Al posto di quello statale, diretto, si introduceva il sistema dei buoni scuola, ovvero il riconoscimento di risorse direttamente a famiglie e studenti chiamate a scegliere il percorso scolastico che preferivano. L’apparente ampliamento della possibilità di scelta, dilatata dall’introduzione dei famosi voucher, di fatto si traduceva in qualcosa di molto diverso[4]. Si trattava infatti di una svolta tutt’altro che libertaria in quanto «in pratica essa era limitata da vincoli fisici, dalla capacità delle scuole, dalla segregazione spaziale per livelli di reddito delle aree urbane, mentre nelle aree rurali i bambini e le bambine non avevano altra scelta di quella di frequentare qualsiasi scuola fosse disponibile»[5]. Detto in altri termini, «la riforma ha seguito i canoni neoliberisti e del “New Public Management”: le scuole furono decentrate, lasciando compiti di indirizzo al ministero, si cercò di favorire la concorrenza tra le scuole per le risorse e per gli studenti e si aprirono le porte ai fornitori privati di istruzione, dando vita ad un sistema che prevedeva, oltre alle tradizionali scuole private sostenute dalle tasse degli iscritti, un settore di scuole private sussidiate dallo stato col sistema dei buoni scuola: si tratta di scuole religiose e laiche, con o senza scopo di profitto»[6].

La fine del regime e la lenta transizione alla democrazia non coincisero con lo smantellamento della riforma che, anzi, nei suoi presupposti, non venne minimamente scalfita. Il colpo fatale assestato ai sindacati scolastici che gestivano gli stipendi degli insegnanti, questi ultimi passati dall’autonomia salariale che li contraddistingueva ad essere dipendenti in tutto e per tutto dalla scuola che li può assumere o licenziare sulla base di contratti autonomi, non è stato riparato.

Lontana geograficamente, l’esperienza cilena può, in realtà, insegnarci molto. In primo luogo ci rivela che, con questo sistema, la partecipazione statale all’istruzione ha seguito e segue un trend negativo che è andato soprattutto a discapito dei segmenti dell’istruzione secondaria e terziaria. In secondo luogo che l’effettiva transizione dal pubblico al privato è avvenuta ma seguendo linee ben precise che, di fatto, hanno compromesso l’uguaglianza del sistema. Infatti, a preferire le scuole private a quelle pubbliche non sono stati i ceti popolari – come preconizzato da Friedman – ma i figli della classe medio-alta «visto che le scuole private hanno facoltà di selezionare gli iscritti e che il costo di queste è quasi sempre superiore al voucher offerto dallo stato»[7]. Per quanto poi per molti di loro, più che le porte delle scuole private, si spalancarono quelle degli istituti d’élite, non coperti da bonus. In terzo luogo, si è assistito alla forte instabilità di scuole e università la cui esistenza dipende dal grado di interesse di chi investe e allo scarto, anch’esso consistente, di prestazioni tra scuole pubbliche e scuole private sovvenzionate[8].

Certo, non va negato che i governi post-dittatura abbiano cercato di sanare alcuni effetti perversi (finaciamento compartido) ma, senza mettere in discussione l’impianto della riforma, i risultati non potevano che essere scarsi. Continuano a imperversare abbandono scolastico, classi troppo numerose, docenti meno qualificati rispetto al passato a fronte di un crescente carico di lavoro, soprattutto burocratico,  richiesto loro oltre a programmi scolastici impoveriti, semplificati e ridotti.

Per quanto concerne la situazione italiana, è di stretta attualità la presa di posizione di Confindustria, a proposito di scuola, che ha caldeggiato l’introduzione del famigerato sistema dei voucher anche qui da noi. Alla netta opposizione di alcune sigle sindacali, che hanno denunciato come, tra l’altro, tale operazione porterebbe a reclutare finanziamenti facili per le private ha fatto da contraltare il poco benaugurante silenzio della titolare del Ministero, Valeria Fedeli[9].

In conclusione, siamo davvero sicuri che la sindrome cilena non ci stia già contagiando?


[1] http://superpsicoeducador.blogspot.it/2014/01/educazione-in-cile.html
[2] Fervente sostenitore del libero mercato, Milton Friedman (1912-2006), premio Nobel per l’economia nel 1976, intendeva dimostrare che l’ottica del “capitalismo concorrenziale” risulta ottima come metodo per prendere le decisioni; è dunque il mercato il solo in grado di tutelare il consumatore meglio di qualunque altro sistema alternativo. Il valore della “libertà”, in Friedman, esteso in tutti gli ambiti è stato un ideale cardine alla base del suo pensiero etico ed economico. Il mercato diventa garante della libertà proprio perché si fonda su questa e non può prescinderne. Il libero mercato fondato sulla logica capitalistica consente a tutti gli individui di raggiungere e perseguire determinati obiettivi permettendo di sfruttare al meglio le proprie possibilità.
[3] Obiettivo di tali riforme era «trasformare le istituzioni del welfare state così da rimodellare in modo fondamentale le aspettative ed il comportamento di individui e famiglie nei confronti dei loro mezzi di riproduzione sociale. […]“Con motivazioni e linguaggio che sarebbero diventati sempre più comuni, tutta una serie di istituzioni vennero definite anacronistiche, inefficienti ed in ultima analisi dannose per chi avrebbero dovuto aiutare».  M. Taylor, From Pinochet to the Third Way, Pluto Press, London 2006, p. 86.
[4] Si veda T. Mariano Longo, Philosophies et politiques neolibérales de l’éducation dans le Chili de Pinochet (1973-83), L’Harmattan, Paris 2001.
[5] A. Matear, Equity in Education in Chile: the Tensions between Policy and Practice, in
«International Journal of Educational Development», 27, 2007, p. 104.
[6] A. Cobalti, L’istruzione in America latina, Università degli Studi di Trento, Quaderno 44, 2009, p. 110.
[7] http://www.italiascuola.it/usr/news/print.bfr?code=1251&NOFH=NO
[8] http://www.naturalmentescienza.it/sections/?s=371
[9] http://www.orizzontescuola.it/confindustria-propone-di-usare-i-voucher-anche-per-i-docenti-nella-scuola-uil-una-dichiarazione-di-guerra/; http://www.tecnicadellascuola.it/item/26790-confindustria-voucher-a-scuola-per-finanziare-le-private-fedeli-prende-tempo-no-secco-uil.html

Ricordando De Mauro tra McLuhan e la 107/2015.

di Marco Colacino  

 

Il 1967 è un anno particolare: i Pink Floyd pubblicano The Piper at the Gates of Dawn, mentre i Beatles annunciano la loro svolta psichedelica con Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Sempre nel 1967 la Grecia vede iniziare la dittatura dei colonnelli, mentre Paolo VI attacca nella sua enciclica Popolorum progressio una umanità oramai presa fin nel midollo da una metamorfosi indotta dal capitalismo e dalle sue false promesse di benessere diffuso.

In Italia, invece, viene pubblicata per la prima volta la traduzione dell’importante volume Understanding Media: The Extensions of Man del filosofo e sociologo canadese Marshall McLuhan con il titolo de Gli strumenti del comunicare. A distanza di qualche anno dalla Galassia Gutenberg – pubblicata in Italia solo nel 1976, dopo quattordici anni dall’editio princeps – che introduce nel linguaggio comune il termine villaggio globale[1], l’autore canadese offre nel suo nuovo testo una analisi di diverse tecnologie e strumenti, viste come reali estensioni fisiche del corpo umano (dalla parola parlata all’automazione, passando per la stampa, la radio, la televisione). Nell’affrontare i diversi strumenti della comunicazione, McLuhan arriva a scrivere dell’automazione[2] come ultimo stadio dello sviluppo assicurato dalla tecnologia elettrica alla società, che si ritroverebbe così ad essere trasformata in una sorta di estensione del sistema nervoso centrale. Sempre nel 1967 in Italia viene pubblicata, poi, l’edizione del Corso di linguistica generale di Ferdinand de Saussure curata da Tullio De Mauro.

In realtà c’è un punto di contatto proprio tra McLuhan e De Mauro che va oltre il dato meramente cronologico delle pubblicazioni sopra elencate: se infatti nel saggio del filosofo canadese si affronta a più riprese il tema dell’istruzione con particolare riferimento all’apprendimento permanente[3] come nuova forma di occupazione della società automatizzata[4], noteremo come proprio il linguista italiano abbia sempre dato molta importanza ai metodi per contrastare il fenomeno di deculturazione caratteristico di larghe fette della popolazione e legato alla fine della frequentazione dei banchi di scuola.

Nei passati giorni di lutto per la sua dipartita, in molti hanno voluto ricordare il De Mauro difensore della scuola pubblica – contrario alla riforma renziana, favorevole alle Lettere Classiche e fautore della tutela del patrimonio culturale del Paese come antidoto alla deriva del contemporaneo. In pochi però hanno voluto focalizzarsi sulla sua opera politica, forse contraddittoria, legata proprio all’istruzione ed alla sua frequentazione con il think tank TreeLLLe[5] – ai cui lavori hanno contribuito anche altre personalità del calibro di Umberto Eco, Umberto Veronesi, Luigi Berlinguer – che nel recente passato ha fatto molto parlare nel mondo della scuola per le posizioni espresse proprio in relazione al processo di approvazione della Legge 107/2015.

L’associazione si occupa di scuola (si definisce sul proprio sito web come una lobby trasparente) ed è stata formata nel 2001 da alcuni imprenditori italiani tra i quali Fedele Confalonieri (presidente Mediaset), Luigi Maramotti (proprietario dei marchi Max Mara e Marella), Pietro Marzotto (con interessi nel tessile e nella gastronomia), Attilio Oliva (responsabile scuola di Confindustria fino al 2000), Marco Tronchetti Provera (Telecom Italia e Pirelli). TreeLLLe gode, inoltre, di finanziatori di spicco tra i quali figurano Compagnia di San Paolo di Torino (legata alla banca Gruppo Intesa-San Paolo), Monte Paschi Siena, Fondazione Cariplo (precedentemente legata alla Cassa di Risparmio delle Province Lombarde e poi a Intesa-San Paolo), Unicredit. Nell’ambito del processo di discussione ed approvazione della 107/2015 TreeLLLe è stata decisa sul da farsi sin dal 2014, come emerge da una memoria inviata dall’associazione al MIUR[6]: proseguire il percorso dell’autonomia scolastica; legare le assunzioni dei precari alla stessa legge di riforma dell’intero comparto scolastico (un colpo alla botte ed uno al cerchio); stabilire la mobilità extraregionale per i precari assunti con la Buona Scuola; combattere la supplentite attraverso ritorsioni legate al CCNL relative alle assenze per maternità, salute ed handicap; rafforzamento del potere dei dirigenti scolastici; chiamata diretta; introduzione dell’Alternanza Scuola-Lavoro; aumento dell’orario di lavoro; copertura delle supplenze brevi con docenti interni. Nel 2015, invece, a legge non ancora approvata, una audizione al Parlamento della stessa TreeLLLe[7] ha posto l’accento sugli aspetti positivi dei lavori parlamentari, quasi una sorta di invito a mantenere la rotta nell’approvazione dell’allora disegno di legge senza operare quelle modifiche richieste da insegnanti e studenti dopo mesi di manifestazioni. Il sostegno alla Buona Scuola non è venuto meno nemmeno dopo l’approvazione della 107/2015, come testimoniato dall’articolo pubblicato da Attilio Oliva sul Sole24Ore[8] che ha portato il sito Roars[9] a smontare pezzo per pezzo quella che sembra una vera e propria opera di propaganda legata alla riforma della scuola.

Una domanda sorge dunque spontanea: come mai De Mauro – che pure ha avversato con forza la riforma del Governo Renzi[10] – non ha preso posizione contro il think tank di cui faceva parte e che invece ha insistito proprio sugli aspetti sui quali i rilievi di De Mauro sono stati più incisivi? Qualcuno potrebbe pensare al vezzo del presenzialismo di molti intellettuali, mentre altri – forse un po’ “cattivi” – potrebbero pensare ad una scelta deliberata, legandola cioè all’attività del De Mauro come Ministro dell’Istruzione nel Governo Amato II, attività che potrebbe porsi come un tassello del mosaico trentennale di depauperamento della scuola pubblica. Nel 2000, infatti, proprio nel periodo in cui De Mauro occupò il dicastero di viale Trastevere, si cercò senza successo di ridurre da otto a sette gli anni del primo ciclo d’istruzione[11], mentre la Commissione preposta alla riforma dei curricoli[12] arrivò persino a proporre una riduzione degli anni di insegnamento di storia previsti che venne fortemente avversata da diversi docenti delle scuole e delle università[13]. Del resto proprio la sua riforma dei curricoli è stata vista da alcuni come una chiara prosecuzione della Riforma Berlinguer[14] ed ha portato diversi osservatori a criticare tutto il processo di lenta trasformazione della scuola italiana, visto come tentativo di aggredire il valore e la funzione della istituzione scolastica stessa corrompendola in maniera irreversibile[15].

[1] Riferito all’abbattimento delle frontiere nazionali legato al lancio del primo satellite Telstar, utilizzato per le prime telecomunicazioni satellitari.
[2] McLuhan, Marshall, 1964, Understanding Media: The Extensions of Man (tr. it. Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano, 1967, pp. 309-319).
[3] Il concetto è entrato con forza nel mondo dell’istruzione italiano, tanto che in una indagine sul rinnovamento della scuola italiana di inizio anni Duemila e presente in un numero degli Annali della Pubblica Istruzione si scrive esplicitamente che con il volgere del tempo: «(…) la formazione non è stata più circoscritta al solo periodo di accesso alla professione, ma è stata estesa, divenendo un elemento permanente incorporato nell’attività professionale; la distinzione tra occupazioni manuali e occupazioni intellettuali ha cominciato ad apparire come priva di senso, di fronte all’imporsi di figure professionali articolate e complesse capaci di fondere in sé k n o w – k n o w operativi, manualità e progettualità; i confini tra una professione e l’altra si sono rivelati sempre più deboli e indefiniti. Sono cambiati anche i criteri di selezione, privilegiando soggetti orientati verso professionalità aperte e fluide e quindi dotati di un insieme complesso di prerogative (…)». – Annali della Pubblica Istruzione, n. 90/2000, p.45.
[4] Scrive McLuhan infatti che non solo il futuro sarà caratterizzato dall’abbattimento delle dicotomie tra tecnologia e cultura, arte e commercio, lavoro e tempo libero – tanto da far apparire come superata la distinzione del curriculum in varie materie nel campo dell’insegnamento –  ma che addirittura il lavoro del futuro sarà l’apprendimento retribuito, visto che la società verrà agita da quelli che nel suo testo vengono definiti raccoglitori di conoscenza .
[5] Il rimando al Long Life Learning e dunque all’apprendimento permanente è esplicito.
[6] http://www.treellle.org/una-memoria-dellassociazione-treellle-sul-progetto-la-buona-scuola-novembre-2014 .
[7] http://www.treellle.org/treellle-invitata-unaudizione-sul-ddl-la-buona-scuola-camere-del-parlamento-riunite-il-testo .
[8] http://www.scuola24.ilsole24ore.com/art/scuola/2015-07-08/la-bufera-scuola-italiana-quel-che-nessuno-vi-ha-detto_-191051.php?uuid=ACaudDO .
[9] http://www.roars.it/online/treellle-una-lobby-con-le-gambe-corte/ .
[10] Si vedano http://temi.repubblica.it/micromega-online/de-mauro-%E2%80%9Cla-buona-scuola-da-bocciare-e-non-chiamatela-riforma%E2%80%A6%E2%80%9D  e http://www.corriere.it/scuola/primaria/15_maggio_21/riforma-scuola-tullio-de-mauro-ffb4aa24-ffa5-11e4-8e1b-bb088a57f88b.shtml .
[11] Questa ossessione per la riduzione degli anni di scuola non ha mai abbandonato la politica e l’impresa italiane, tanto che proprio uno degli ultimi atti di Stefania Giannini come Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca del Governo Renzi è stato il placet per la sperimentazione del “liceo breve” che ha ridotto da cinque a quattro gli anni di Scuola secondaria di secondo grado in alcuni istituti pilota.
[12] Obiettivo era passare da un modello caratterizzato da programmi stabiliti dal Ministero con il docente come semplice medium per la trasmissione del sapere ad uno fondato sulla flessibilità dei curricoli, con alcune indicazioni nazionali da recepire che hanno iniziato a trasformare il docente stesso in uno strano ibrido a metà tra l’insegnante ed il piccolo burocrate. Il curricolo stesso, d’altronde, era stato programmato per superare la distinzione tra sapere e saper fare – ovvero per pervenire ad una interrelazione tra competenze molto simile a quella tracciata da McLuhan – anche attraverso una sua essenzializzazione, ovvero non lo studio estensivo di molti contenuti, ma lo studio intensivo e approfondito di minori elementi.
[13] http://www.storiairreer.it/sito_vecchio/Materiali/Manifesto33.htm .
[14] Legge 30/2000 pubblicata al n. 44 della Gazzetta Ufficiale del 2000, http://www.gazzettaufficiale.it/do/ricerca/pdf/serie_generale/3?resetSearch=true.
[15] È il caso dell’ex giornalista di Repubblica, Manifesto e Unità Mino Fuccillo in un suo articolo fortemente critico nei confronti dei lavori ministeriali di Luigi Berlinguer e Tullio De Mauro, scritto per Blitz Quotidiano e disponibile al link http://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/scuola-berlinguer-de-mauro-pentiti-lobotomizzato-859236/ .

Brutta aria dal Bosforo

di  Silvia Serini

 

A metà esatta tra Europa e Asia, mai come in questo periodo la Turchia sembra essere al centro degli scenari politici internazionali. Complice l’ennesima strage perpetrata dai terroristi dell’Isis a Capodanno[1], la Turchia dell’inflessibile Erdogan, tanto per i legami che da sempre la uniscono all’alleato statunitense, quanto per l’ostilità dichiarata alla Russia di Putin, drammaticamente accresciutasi a seguito dell’infinita guerra in Siria e dei non meno sinistri episodi che hanno acuito la tensione tra i due Stati[2], è diventata un soggetto politico di primo piano.

Le intricate vicende che ne fanno un vero e proprio ago della bilancia degli equilibri globali non devono farci dimenticare le tante problematiche che travagliano, anche internamente, il Paese sul Bosforo. Già durante le intense giornate del maggio 2013[3], la reazione dura e spropositata delle forze governative contro i pacifici manifestanti di un corteo che difendeva il Gezi Park dal progetto dell’esecutivo che avrebbe voluto farne un centro commerciale permise al mondo di vedere con quali mezzi Erdogan intendeva confrontarsi con chi esternava legittimamente il proprio dissenso e, dall’altra, quanto profondo fosse il malessere di una buona fetta della popolazione turca nei confronti di chi li governava e delle riforme che attuava. Una delle più indigeste fu quella relativa al comparto dell’istruzione che sfociò in un’altra serie di scontri tra manifestanti e forze di polizia nell’ottobre-novembre del 2013[4] allorché, a fronte del richiamo alla piazza promosso dai due principali sindacati nazionali contro il disegno “riformatore” di Erdogan – mirante a prosciugare i fondi alle scuole laiche per dirottarli verso istituti religiosi radicali con l’intento, denunciato da molti, di riplasmare in senso islamico la Turchia –, le autorità hanno risposto con inaudita violenza[5].

Scene che, purtroppo, si sono ripetute con puntuale cadenza ogni volta che i lavoratori del settore educativo, e non solo, hanno provato in questi anni a urlare il loro NO contro un progetto che punta senza troppi infingimenti a fare della Turchia uno Stato in cui è sistematicamente in atto una campagna di re-islamizzazione che, proprio per le sue aspirazioni totalizzanti e antidemocratiche, coinvolge tutti gli aspetti della vita sociale degli individui a partire da quello, ovviamente strategico, della scuola e dell’Università. A confermare l’aria tutt’altro che libertaria che da tempo ormai soffia sulla Turchia, oltre al proposito di una direttrice di un liceo di Antalya che ha caldeggiato la creazione di veri e propri “gruppi di molestie” contro le studentesse ree di indossare minigonne e di vestirsi in maniera indecente[6], sono arrivati anche altri fatti, a cui va aggiunto il singolare e fallito colpo di stato dello scorso 15 luglio che, al di là dell’esito in sè, ha ribadito, nelle sue conseguenze pratiche (che in sostanza coincidono con un ulteriore rafforzamento di Erdogan), ancora una volta quanto liberticida sia la strada lungo la quale la Turchia si è incamminata. Nonostante questo, studenti e docenti hanno continuato a protestare andando incontro ad autentici e arbitrari atti di sopraffazione, sia fisica in senso stretto sia in senso lato, ben sapendo che la posta in gioco era non solo la loro incolumità come persone ma anche la possibilità di esercitare liberamente e dignitosamente la propria professione. Le denunce di abusi e di condanne contro chiunque esprima dissenso, l’ostracismo nei confronti di chi è bollato come simpatizzante del gruppo dell’oppositore Fethullah Gülen e la lista infinita di espulsioni dagli atenei di professori “non allineati” ne costituiscono triste ed emblematica testimonianza[7].

La fine del 2016 ha coinciso per docenti e studenti turchi con una tenaglia reazionaria senza pari fatta di sentenze di colpevolezza, repressione di manifestazioni di protesta, limitazione preventiva di ogni forma di organizzazione e di movimento non autorizzati, incarceramenti facili, intromissioni governative nella nomina dei rettori di ateneo[8]. Una tenaglia che, a giudicare da quanto intravisto in questo primo squarcio del 2017, non sembra purtroppo destinata ad allentarsi.

[1] http://www.repubblica.it/esteri/2017/01/01/news/istanbul_attacco_armato_ad_un_night_club_vittime_e_feriti-155199540/
[2] Tra i tanti, mi limito a citare i due che più hanno avuto risonanza internazionale: http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-11-24/caccia-russo-abbattuto-turchi-siria-avrebbe-violato-spazio-aereo-091625.shtml?uuid=ACs5sBgB ; http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/12/19/turchia-spari-contro-lambasciatore-russo-ankara-e-stato-ucciso/3270373/
[3] http://www.balcanicaucaso.org/Dossier/Turchia-la-rivolta-di-Gezi-Park
[4] http://archivio.internazionale.it/news/tmnews/2013/10/21/turchia-blindati-polizia-contro-protesta-studenti-ad-ankara
[5] http://www.chicago86.org/lotte-in-corso/europa/turchia/530-ankara-insegnanti-in-piazza.html; http://www.lettera43.it/it/articoli/cronaca/2013/11/23/ankara-scontri-al-corteo-degli-insegnanti/104578/
[6]http://www.repubblica.it/esteri/2015/02/19/news/turchia_direttrice_scuola_propone_gruppi_di_molestie_contro_le_minigonne-107701830/
[7] https://altreconomia.it/professori-studenti-la-repressione-del-dissenso-turchia/
[8] http://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/rubriche/cronaca/2016/11/14/turchia-nomina-rettore-pro-erdoganscontri-studenti-polizia_88791f25-2b58-4d3e-8dfe-84da44a69dc0.html

Questa lotta ci riguarda

di Silvia Serini

Sembrano passati anni luce da quando la Grecia, le sue complicate vicissitudini interne e il suo contenzioso con l’Unione europea fagocitavano le prime pagine dei quotidiani, dei siti internet e di qualsiasi altro canale di informazione. A seguito del cruciale referendum del 5 luglio 2015, delle dimissioni di Varoufakis e del nuovo corso impresso dall’ex pasionario Tsipras[1], la Grecia è progressivamente scomparsa dalla cronaca e su di essa è calato, inesorabilmente, l’implacabile cappio del dimenticatoio mediatico. Come se ormai, dalla nazione che ha dato forma all’idea stessa di civiltà, non giungessero più notizie degne di questo nome.

Noi di Epicheia non la pensiamo così. E oggi intendiamo dare voce a quella parte del popolo greco che, nel silenzio massmediatico pressoché imperante, sta urlando a gran voce il suo no a un piano sistematico di riassestamento del comparto dell’istruzione che, a guardarlo bene, accentua il classismo, non combatte ma anzi favorisce l’abbandono scolastico, apre troppo alle imprese tagliando i finanziamenti alla cultura e dequalificando l’istruzione[2].

Ma procediamo con ordine. La mobilitazione greca prende forma in un mese come novembre, notoriamente “caldo” dal punto di vista delle agitazioni studentesche, sebbene quest’anno esse fossero partite leggermente in sordina[3]. Ma, complice la sollevazione dei pensionati dello scorso 7 novembre e in vista dello sciopero generale proclamato per il prossimo 8 dicembre[4], la situazione si è presto infiammata. D’altra parte, lo stesso esecutivo aveva contribuito ad accendere la miccia in primo luogo con la rimozione di alcuni ministri, tra i quali quello dell’Istruzione, la cui testa è caduta in quanto promotore della proposta di eliminazione dell’ora di religione. A peggiorare la situazione gli stessi contenuti della riforma alla cui base c’è un’esplicita volontà di riduzione dei finanziamenti a favore della cultura e dell’istruzione. Più nel dettaglio, è nell’introduzione di esami intermedi alle superiori e di un ulteriore sbarramento da superare in vista dell’Università – a cui diventerà possibile accedere solo frequentando i licei – che le migliaia di studenti scesi in piazza scorgono i contorni di un disegno che punta all’elitarismo e alla discriminazione anziché all’inclusione e alla promozione del sapere. Così come contestano l’opzione che consentirebbe a chi comunque abbandona gli studi prima della loro naturale conclusione di ottenere in ogni caso una certificazione. In effetti, se lette in parallelo, le due misure sembrano proprio confermare i timori di quanti non le condividono.

Ancora una volta la Grecia ci è da esempio. Le scelte attuate da un governo ormai assorbito in pieno da un processo di mutazione politica, da «forza della sinistra radicale in partito socialista d’ordine»[5], riecheggiano troppo da vicino certi scellerati pilastri della “nostra” Buona Scuola per lasciarci insensibili rispetto al grido di dolore che ci arriva dal cuore della penisola ellenica. E, in generale, alla lotta di un popolo, quello greco appunto, al quale, oltre che il mare, ci affratellano soprattutto quegli stessi concetti di paideia e di cultura che taluni, da ambo le sponde del Mediterraneo, vorrebbero distruggere. E che noi, al contrario, intendiamo preservare. Con le unghie e con i denti.

[1] http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/06/varoufakis-si-dimette-contrasti-interni-a-syriza-e-pressioni-delleurogruppo-alla-base-delladdio/1846998/
[2] Anche il mondo accademico si sta mobilitando in maniera massiccia con serrate, occupazioni di facoltà e marce di protesta a cui sono seguite azioni repressive da parte delle forze di polizia.
[3] http://www.dinamopress.it/news/proteste-e-scontri-contro-la-riforma-educativa-in-grecia
[4] http://it.euronews.com/tag/manifestazioni-in-grecia
[5] http://contropiano.org/news/internazionale-news/2016/11/09/studenti-greci-buona-scuola-tsipras-085637

Credevate fosse scuola e invece era un casting

di Silvia Serini

 

L’emanazione della direttiva Miur[1] e gli articoli ad essa relativa, compresi i “contestuali” suggerimenti di un noto sito come Orizzonte Scuola su quali strategie, accorgimenti, comportamenti adottare e quali evitare ai fini della tanto agognata chiamata diretta, sono state senza dubbio le notizie che, congiuntamente alla pubblicazione degli esiti della prova scritta del concorso nelle diverse regioni del Belpaese, hanno più attirato l’attenzione dei docenti italiani nelle ultime settimane.

Già da tempo, era stato annunciato che, sulla base del progetto di riforma della scuola voluto dal governo Renzi, gli insegnanti italiani avrebbero dovuto sottostare al meccanismo, oggettivamente opinabile e moralmente discutibile, della chiamata diretta da parte del dirigente scolastico. La nuova prassi, che diventerà operativa dall’anno scolastico entrante, aveva – giustamente – suscitato sospetti e scatenato non poche legittime perplessità, sia sul piano pratico che sotto il profilo etico perché, lungi dall’attenersi a quei criteri di meritocrazia e trasparenza procedurale tanto sbandierati, si basa su una scelta di carattere personale e, dunque, discrezionale, per la quale non sono previsti opportuni contrappesi.

La trovata, promossa da alcuni istituti, del video-curriculum e l’indicazione, a dir poco sorprendente, di inviare il filmato a figura intera e non con un “semplice” mezzobusto[2] per sperare di essere “selezionati” (!), va oltre ogni ragionevole logica (ammesso che ce ne sia una in tutto questo). In effetti, se guardiamo alla dichiarazione in sé, dobbiamo ammettere che, sulle prime, molti di noi – me compresa – hanno pensato a uno scherzo, a un titolo a effetto inventato da qualche giornalista diversamente creativo. Ma poiché, come spesso accade, la realtà supera la fantasia, tralasciando i commenti spiccioli e le boutade che, per forza di cose, la notizia ha provocato, vale la pena riflettere sul valore intrinseco e sul vero messaggio di cui tutto ciò è emblema, su quanto vi è a monte. Insomma, su quanto certe manifestazioni fenomeniche ci rivelino della realtà noumenica – non così inattingibile come nell’originaria definizione kantiana – dei nostri tempi.

A mio avviso, il meccanismo della chiamata diretta e le sue modalità di attuazione non vanno analizzate semplicemente di per sé ma collocate nel ben più ampio, sistematico e scientifico – a suo modo –, piano di smantellamento della scuola pubblica, con i suoi pregi e difetti, così come tutti noi, da allievi prima e da insegnanti poi, l’abbiamo conosciuta e sperimentata.  Alla luce di tale ottica, la quale a sua volta fa parte di quella ancor più metodica di erosione e cancellazione di quel che resta del fu welfare state, emerge che ciò che in prima battuta ci aveva quasi strappato un sorriso ironico e amaro al tempo stesso, ora assume connotati ben più foschi. I contorni, sempre più nitidi, di un sistema avviato inesorabilmente alla catastrofe.

La scuola è parte vitale, pulsante del sistema sociale, non segmento separato a se stante. Chi ci governa lo sa bene ed è per questo che sta predisponendo tutto ciò. Di certo va loro riconosciuto che almeno, così facendo, “la scuola prepara alla vita”. Già, ma a quale vita? A un’esistenza in cui i diritti sono smantellati; in cui belle parole come meritocrazia, efficienza, modernità, ecc…,  pur così tanto propagandisticamente sventolate, sono svuotate nei loro significati più autentici; in cui la conoscenza vale più del curriculum; in cui la forma, fisica se non altro, conta più della sostanza. Ecco allora che torniamo al punto di partenza, al Miur e alle sue direttive. Direttive perfettamente funzionali e concettualmente organiche a questo disegno che, vogliamo dirlo con tutta la franchezza necessaria, non ci convince per niente e ci piace ancora meno. E non perché siamo laudatores temporis acti ma semplicemente perché da docenti, cittadine e cittadini, crediamo che il nostro compito sia più alto e nobile; perché crediamo che i nostri figli e la società del futuro debbano andare in ben altra direzione.


[1] http://banner.orizzontescuola.it/MIUR.AOODPIT.REGISTRO_UFFICIALE(U).0002609.22-07-2016.pdf

[2] http://www.orizzontescuola.it/news/chiamata-diretta-dirigenti-chiedono-video-presentazione-no-mezzobusto-figura-intera-dallautocand